Il Baguazhang di Sun Lutang

Perchè ho scelto e pratico questo stile di Baguazhang, legato a Sun Lutang? Questa è la domanda che ogni praticante mi fa, quando ci conosciamo e cominciamo a parlare di stili e metodi. Nel mondo delle arti marziali cinesi il nome di Sun Lutang è molto noto e citato, il più delle volte a sproposito, perchè alla fine è diventato una specie di oggetto di studio sociologico a posteriori. La sua vita, intensa e spesso difficile, si presta a molte considerazioni, tutte basate su ricostruzioni e ricordi. I suoi libri sono molto citati, ma di rado sono stati letti, studiati e capiti, per non dire praticati. Il suo metodo è poco conosciuto anche oggi, perchè Sun viaggiò molto nella sua vita, dovette spostarsi spesso da un posto all’altro per poter lavorare, e pochi dei suoi allievi ebbero modo di seguirlo a lungo. Sun non si interessò mai ad una discendenza ufficiale, perchè era lontano da certi schemi, non gli si confacevano. Oltretutto eravamo in un tempo dove le influenze positive, gli incroci di sistemi, i confronti con altri insegnanti venivano integrati, perchè lo scopo era essere capaci ed abili al momento dato, non essere coreograficamente “diversi”.

Il suo Baguazhang è sempre stato un metodo “speciale” per tutti i praticanti dell’epoca: pochi principi (niente forme infinite), un modo di sviluppare il corpo e il movimento in torsione, passi circolari e potenza connessa per colpire efficacemente. Al Baguazhang si arrivava dopo un lungo percorso marziale personale, non si cominciava mai dal Baguazhang perchè ha richieste psico-fisiche troppo alte per un principiante. A Sun occorsero tre anni per entrare nel profondo del metodo, ma aveva alle spalle quasi vent’anni di pratica di cui tredici di Xingyiquan. Sicuramente possedeva un talento personale per le arti marziali, non sovrumano (anche qui l’aneddotica tende a mitizzare troppo spesso), ma delle grandi capacità. Non serviva reinventare i cinque pugni o i dodici animali, che bastavano già da soli, ma solo acquisire una nuova qualità di rotazione – torsione – avvolgimento, che avrebbe trasformato quello che lui già faceva.

La figlia di Sun, Sun Jianyun, non fu una praticante di Baguazhang, da giovane seguì il padre nel Taijiquan, l’ultima arte di Sun, e non come invece avevano fatto i figli maschi, purtroppo scomparsi giovani. Ad oggi quel che resta sono i suoi libri, una testimonianza importante che ha segnato un’epoca e creato il nuovo prototipo del maestro marziale letterato che la Cina di allora cercava per riscattare la sua immagine dopo la rivolta dei Boxer a Shanghai. Anche volendo andare a scandagliare oggi in Cina cosa resta di Sun e del suo metodo, si tratta di un lavoro improbabile a causa delle troppe contaminazioni.

La discendenza di Cheng Tinghua è molto chiara nello stile Sun, anche se la scelta degli Otto Animali è un elemento nuovo al tempo, presente trasversalmente in tutte le scuole di Baguazhang, la cui origine è ancora più misteriosa del suo fondatore. Sappiamo che Sun scrisse il Baguaquanxue sedici anni dopo la morte del suo maestro per timore che il suo metodo andasse perduto, come lui stesso scrisse. Già i metodi del Baguazhang andavano evolvendosi, modificandosi, trasformandosi, come si vede nel libro di Sun Xikun, di pochi anni dopo, simile ma già diverso. Il rischio era ed è di finire per diluire i principi, diventando un modo di “distinguersi” invece che un modo di assomigliarsi. Ognuno cercava di rendere il suo metodo unico a livello visivo, anche a costo di perdere l’aderenza alla realtà, e così dettagli tecnici di secondaria importanza divennero chiavi stilistiche fondamentali, al punto di dimenticare a cosa serviva la tecnica.

Nel tempo anche il Baguazhang perse la sua originale sinteticità e si sviluppò in mille metodi fatti di forme, sequenze, catene tecniche, perchè la sua “trascrizione tecnica” fu fissata da ogni scuola in modo cristallizzato, sempre allo scopo di distinguersi dagli altri. Un esempio sono i 64 palmi, lineari o circolari, che furono curati dopo la morte del fondatore da personaggi quali ad esempio Liu Dequan o Gao Yisheng, che avevano studiato Baguazhang con le prime generazioni, ma erano fortemente influenzati da altri sistemi. Mano a mano si andarono infatti aggiungendo elementi di Baji, Xingyi, Yingzhao, Luohan, Tantui, Tanglang, Shaolin (per non citarne che alcuni), sicuramente utili per spiegare alcune possibili applicazioni. Tutto giusto, ma spesso andarono ad appesantire e a limitare il movimento naturale del corpo che il Baguazhang intendeva sviluppare. Oggi spesso si ricorre ad un altro sistema per far “funzionare” il Baguazhang nel lavoro a due. A memoria posso citare almeno tre scuole che insegnano il Tanglang, il Bajiquan o lo Xingyiquan per spiegare l’applicazione pratica del Baguazhang, come se il Baguazhang non avesse applicazioni sue.

Il Baguazhang di Sun Lutang è estremamente semplice e sintetico (ma non facile), non perchè manchino elementi, come molti pensano, di dover aggiungere altre cose per “allungare il brodo”, ma perchè gli Otto Animali, i due Cambi di palmo e la postura di Wuji e Taiji contengono già tutto il metodo dentro, e non hanno bisogno altro che di una lunga pratica da solo e di un ancora più profondo confronto a due o più, a mani nude e con armi. Bisogna tornare a quel tempo per capire. Due principi, uno orizzontale, uno verticale e gli obliqui, e ben otto atteggiamenti legati a otto animali sono davvero una montagna di lavoro, se applicati nella realtà del combattimento per professionisti del settore, che dovevano allenare ciò che serviva e non 花手”hua shou”. E non esistono forme come le intendiamo noi oggi, perchè i principi sono singoli e ben individuati e vanno sviluppati attentamente e autonomamente. La forma uno se la costruisce dopo, se vuole, quando ha digerito i principi.

Poco è tanto, come insegna la ghianda della quercia. Il seme del principio va sviluppato: prima deve morire per poter essere fecondo, come insegna la Natura. Questo è il messaggio concreto di Sun, più preoccupato di ricordare i principi originari del Baguazhang, della sua conoscenza e di preservarlo, che di diventare famoso per un tipo speciale di movimento. In quasi quarant’anni di pratica e ricerca ho avuto modo di toccare molte discendenze di Baguazhang, alcune in maniera approfondita, altre in modo più superficiale. Ho avuto la fortuna di lavorare su almeno venti stili diversi, di alcune delle discendenze principali: Yin Fu, Cheng Tinghua, Liang Zhenpu, Ma Gui, Zhan Zhankui, e di approfondire la scuola Cheng delle terze e quarte generazioni fino alla scuola Gao, sia dalla Cina che da Taiwan, e via via fino alle quinte e seste generazioni oggi viventi.

Al momento di dover scegliere uno stile per praticarlo a fondo, la cosa è avvenuta in realtà come un processo evolutivo silenzioso per molti anni, e alla fine istintivamente mi sono reso conto che ho cercato tre caratteristiche per me irrinunciabili:
– la brevità della discendenza (nel caso di Sun siamo alla terza generazione, quindi meno manipolazioni e interpretazioni possibili)
– il metodo precedente al 1949 (dopo questa data tutti i metodi in Cina hanno sofferto molto per la rapida scomparsa dei vecchi maestri e gli allievi si sono sviluppati spesso da soli e di nascosto)
– l’essenzialità e la compattezza del metodo (i principi altrimenti si perdono in mille raffinatezze tecniche non essenziali).

Ho studiato e ristudiato per una vita il metodo di Sun con molti insegnanti europei, statunitensi, cinesi. Ho incrociato le referenze di questo metodo con molti altri sistemi interni ed esterni, e non solo orientali. Ho recuperato l’originale e almeno cinque traduzioni diverse dal cinese del Baguaquanxue e le ho confrontate. Nessuno maestro ha la verità finale del metodo, anche perchè dovremmo chiederla direttamente a Sun e non ai suoi successori. Ma il messaggio della sua pratica è molto coerente e forte: praticare, praticare, praticare, non ci sono altri segreti in questo mondo. La comprensione passa attraverso la pratica. Il metodo di Baguazhang di Sun richiede che il praticante entri dentro lo spirito della postura e del movimento, e che lo sviluppi con attenzione e con umiltà, verificando ogni passaggio e ogni movimento con la realtà del combattimento.

Non ci sono segreti: se c’è esperienza del combattimento, del corpo e del movimento naturale, ogni postura parla.

Questo è il punto zero del Baguazhang. Non una scatola, uno stampo in cui rientrare, una forma da ripetere in modo brillante e atletico, ma un movimento interno del corpo (quello del cielo anteriore) da vivere fino a diventare noi stessi un flusso unico in otto direzioni. Non perdo l’occasione di ricordare che Lianhuanzhang non è il nome di una forma, ma il principio profondo e sottile della continuità di movimento e intenzione. Anche Youshenzhang è un livello di pratica, non una forma, successivo a quello del Lianhuan ed applicato ad avversari, che contiene il principio di movimento naturale nel combattimento, come lo possiamo vedere nel Jianwu dell’Yiquan. Otto pali in movimento per costruire il corpo, due cambi principali per comprendere le dinamiche del movimento, e otto parole chiave per andare nelle applicazioni, nel cielo posteriore, dove le tecniche nascono naturalmente dal lavoro precedente e dall’esperienza di ognuno.

Baguazhang è una “macchina perfetta”, nella sua totale inafferrabilità: non è una forma – ma un modo di muovere il corpo e la mente, di trasformarsi e cambiare la realtà nel momento in cui vi entriamo. Baguazhang dice che dobbiamo diventare così abili, veloci e potenti da riuscire sempre ad adattarci. Con questa grande abilità possiamo controllare l’avversario. Sun parla sempre di Hua, trasformare. La trasformazione per eccellenza è quella dalla vita alla morte. La tecnica, alla fine, è davvero secondaria, ma il corpo e il suo condizionamento sono primari. Per questo amo il Baguazhang di Sun Lutang, perchè è semplice e onesto. Basta fare bene quel che abbiamo davanti a noi, ovviamente restando aperti a considerare qualsiasi esperienza come una verifica del lavoro fatto. Minimalismo funzionale. Nessuna concessione estetica. Lavoro nel profondo. Dalla mia esperienza, questa è una garanzia di successo.

Sto cercando di trasmettere questo alle prossime generazioni, perchè davvero anche questa qualità naturale del movimento non vada perduta. E’ una cosa che comunque avviene già da quando Dong stesso trasmise per la prima volta il Baguazhang, e so che molti insegnanti in gamba condividono questo pensiero, e lo insegnano di conseguenza.

Buona pratica.

Nella foto: Nove Palazzi in versione Fast & Furious con Sergio, Yuri e Monica, novembre 2016

Sulla strada cosa funziona?

Quali sono i consigli che un esperto praticante di arti marziali, non più giovanissimo, potrebbe suggerirti, se gli chiedi che cosa funziona sulla strada e nella vita? I consigli sono sempre una cosa personale, ognuno ha i suoi o la vede in un certo modo, ma ci sono cose che tornano sempre, che tutti ripetono, e quelli in genere sono i migliori. Ecco alcuni dei più bei consigli che ho trovato validi.

1. Correre, camminare velocemente
Piuttosto che correre preferirei una camminata veloce, perchè è facile farsi male correndo, cosa che può metterci fuori uso per diverso tempo. Se abiti in un contesto urbano, è possibile trovarsi davanti più assalitori. Se pensi di poter distanziare dei ragazzi di vent’anni correndo, non hai una visione reale delle cose. Cerca di negoziare se possibile, ma se devi andarci dentro, fallo velocemente e brutalmente.

2. Saccone
Ottimo training, ma con un saccone è facile che ci si faccia male da soli. Se è un po’ che pratichi arti marziali, questa è una fase che hai già visto anni fa, e comunque non riuscirai a mettere ko un giovane, perchè nel frattempo hai perso una buona percentuale della tua forza fisica. Concentrati sulle dita, palmi, gomiti applicati sui punti deboli come occhi, orecchie, gola, genitali, ginocchia. Porta sempre scarpe solide, non i sandali.

3. Pesi
Ok, vanno bene, aiutano a tenere su la muscolatura e la forza delle ossa. Usali in scioltezza e velocità non per il volume muscolare ma per la resilienza. Usa il corpo per muovere i pesi, non le braccia.

4. Fajin
Se non hai ancora il Fajin, allenalo e imparalo bene , perchè a quanto pare non si deteriora nel tempo. Ha il vantaggio della sorpresa. Sequenze di fajing sono preziose alleate per concludere un incontro, il colpo singolo non basta quasi mai.

5. Forme
Sono utili per l’equilibrio, e se sono realistiche possono funzionare bene come boxe con le ombre. Usale per connettere il corpo da dentro (lavoro interno!!!) e non da fuori…

6. Armi
Dimenticati quelle tradizionali, pensa piuttosto a carte di credito, chiavi, monete in un fazzoletto, bastoni, bottiglie, ombrelli.

7. Confrontati
Continua a insegnare e di tanto in tanto buttati in mezzo con i tuoi allievi, è facile pensare di essere ancora allo stesso livello di prima: solo se provi capisci se è vero.

8. Consigli per un buono stile di vita
– Niente bevande gassate (ossa indebolite e diabete)
– Fast food al minimo (obesità, pancia da birra)
– Sonno regolare (tempi di reazione)
– Esercizi oculari (percezione dello spazio)
– Meditazione (mente chiara nel momento del confronto)
– Praticare le “fruste” del corpo (aumenta la velocità)

(tratto da: “The Rum Soaked Fist MA Forum”, un forum che ha un senso, non come altri forum italiani 🙂

Lavori in corso!!!!

Mi scuso con tutti i lettori e gli allievi, ma l’inizio di questo 2018 è stato quanto mai ricco di avvenimenti e quindi siamo stati travolti…. ma presto tutta la cronistoria arriverà e anche qualche estratto dai nuovi lavori Ziran!

Approfitto per ringraziare tutti i ragazzi della scuola che stanno crescendo e impegnandosi per rendere la nostra attività brillante e piacevole. Un team composto da Fabrizio Contini, Sergio Uzzo, Simona Langeri, Luigi Zanini ed altri amici e amiche dall’Italia, insieme al nutrito team di Enrico Colmi, salperanno per la Scozia il 6 luglio per il 23mo TAI CHI CALEDONIA.

Prima di Calli sarò presente a Venezia ad AQUAVENICE con gli amici del CRT, un altro bel momento di condivisione, lavoro e star bene tutti insieme in un piacevolissimo contesto.

Ad ottobre, se tutto va bene, avremo il secondo MEETING ANNUALE ZIRAN nella cornice del Maggiociondolo sul monte Summano e con l’occasione avremo diverse novità e cose belle da condividere.

E poi un nuovo libro, che ormai mi accompagna da quasi tre anni ….

A prestissimo!

Luigi

L’importanza del fare

“Tutto inizia con il Fare (You Wei), e uno fa già fatica a vedere qualcosa, 
Quando però si arriva al Non Fare (Wu Wei), tutti cominciano a capire.
Ma se tu vedi solo il Non Fare (Wu Wei) come l’essenziale meraviglia,
Come fai a sapere che il Fare (You Wei) è il fondamento?”
(Zhang Boduan, Wu Zhen Pian, 1075 d.C.)
Lo scorso fine settimana ho visitato due scuole di arti marziali, il Cerchio Infinito di Milano (con la rappresentanza anche di una scuola di Oderzo, Treviso) e Tui Il Lago di Modena per due seminari legati al corso istruttori di Baguazhang. Non sembra, ma cercare di trasmettere un’arte marziale è davvero una delle sfide più grandi che una persona possa scegliersi. Le giornate sono state lunghe, intense, gli argomento toccati tantissimi, ed ognuno avrebbe meritato un approfondimento, ma il tempo è tiranno, e da un certo punto di vista è anche corretto pensare che un insegnante, se ha dei buoni allievi, deve fare come il giardiniere: piantare i semi, innaffiare e aspettare che il tempo e le piante facciano il loro lavoro.
Si ha un bel parlare del taoismo e del Wu Wei: tutti si aspettano che non facendo, tutto arrivi. E’ un altro dei mille miti da sfatare. Ma anche fare tanto tanto tanto, a testa bassa, non basta, è davvero sterile. Se vogliamo capire come fare a Non Fare, occorre Fare, tanto e bene, e poi sapersi fermare. Lo scopo è di fare sempre meglio, al punto in cui possiamo cominciare a togliere, togliere, togliere, e lasciare solo ciò che serve. A questo serve fermarsi. Nel Rushou le braccia e la testa hanno sempre una tendenza ad usare la forza e una certa rigidità muscolare, perchè non ci prendiamo mai il tempo per allenare la morbidezza, l’ascolto, la cedevolezza, la continuità, la flessibilità della frusta. Forza si, ma con intelligenza.
Stamattina in aereo leggevo un bellissimo libro sulla vita di T.T. Liang, famoso maestro di Taiji stile Yang e forse uno dei pochi grandi vecchi che ha lasciato una eredità importante, che veniva da Cheng Manching ma anche da altri nove maestri (e stili) di Gongfu, e dopo essersi allenato anche qualche volta con Yang Chenfu, giusto per dire. Il tema principale dell’insegnamento di T.T. Liang era: “rubate la mia arte”. Geniale, pensate quanto siamo lontani da chi ha paura di perdere anche la propria ombra. Se qualcuno ruba qualcosa, vuol dire che per lui ha valore e ci tiene, rischia persino una punizione per il fatto di rubarla: forse è la persona giusta a cui trasmetterla, no?
Fare, fare, fare. Poi bisogna riposare, e contemplare. Ma è importante lasciare che la coltivazione germogli, lavorare sulle cose e attendere pazientemente che le cose crescano. Loriano Belluomini, la persona che più di chiunque altro in Italia ha scritto pubblicamente, apertamente e con competenza di Neijia, specialmente di Baguazhang e Xingyiquan, ha una bellissima connessione con la terra e con la natura. Il suo modo di lavorare, ascoltare e praticare segue i ritmi delle stagioni, i periodi delle olive o dei viaggi, i momenti di meditazione, lo stato d’animo, il sentirsi dentro. Quello che ha dentro lo dice.
L’alternanza di Fare e Non Fare è il segreto dell’Aurea Mediocritas di Orazio: gli estremi sono estremi, non sono la strada maestra, portano sempre ad uno squilibrio. Trattenere e nascondere sono segni di paura, che fanno morire l’arte. Regalare e buttare via sono ugualmente segni di squilibrio, di incapacità di dare valore. I ragazzi che ho trovato a Milano e a Modena sono persone belle, ricche, dove una parola o un principio attecchiscono, hanno spazio, aprono a riflessioni, muovono energie. L’importanza del fare è esattamente in reciproca sintonia con l’importanza del non fare, del lasciar decantare, come un buon vino fatto respirare un’ora prima di berlo. 
Questo è il mio grazie alle persone che vogliono crescere, e con i quali è sempre un piacere condividere un minuto, un’ora, degli anni, una pratica, dei consigli, una fiducia. La vita è fatta di momenti e la qualità di quei momenti è importante. Fermiamoci ogni tanto a contemplare un lavoro ben fatto, e apprezziamolo. Quello è Wu Wei. Sentiamo dentro il valore di quel momento. Non tornerà, e prima o poi non avremo più il modo di farlo. Cogliamo l’attimo. Fare e non fare sono la capacità di stare con il momento. E’ meditazione. E’ vita.

2. Forum Europeo di Taijiquan – Hannover (DE)

Countdown ormai partito per il secondo Forum di Taijiquan di Hannover, dall’8 al 10 settembre 2017, creato dal maestro Nils Klug, allievo del maestro William C.C. Chen, e noto organizzatore del “Push Hands Treffen” che ormai da 17 anni coinvolge praticanti di Taijiquan e appassioni di stili interni da tutta Europa e oltre. Per tre giorni sarò immerso nella pratica e saranno giornate intense.

Domani sera alle 20 si decolla da Venezia per raggiungere Hannover, e venerdì mattina siamo di Qigong, a frequentare qualche corso di amici e colleghi, e poi di insegnamento per tre ore nel pomeriggio. Il tema di quest’anno è lo Yangshen, il nutrire il principio vitale, e vedrò di presentare i principi del Baguazhang Yangshengong nel modo migliore. Sono fresco di studi alchemici e di medicina tradizionale cinese: questo aiuterà ad arricchire le spiegazioni teoriche. Baguazhang è decisamente uno dei migliori modi di imparare a gestire il corpo e per sentire la qualità del cambiamento.

I miei contributi in inglese sono sul sito del Forum, ma presto li tradurrò in italiano per chi li vuole leggere. Al ritorno ci prepariamo per il primo incontro nazionale italiano Ziran Neigong Quan, un grande appuntamento di famiglia che secondo me riserverà qualche bella sorpresa.

Sifu Paolo Chilelli in Cina

Sifu Paolo Chilelli è partito per la Cina, a Shanghai, dove resterà per un anno accanto al suo maestro e vicino a Sifu Kleber Battaglia. Non nascondo che ci mancherà in questi 12 mesi di assenza.

Paolo è il nostro presidente della sezione Baguazhang in FIWUK, e allievo diretto del maestro Zhang Dugan, discendenza Wang Zhanfei e una delle più autorevoli voci del Baguazhang in Cina oggi. Insieme a lui abbiamo passato una paio di anni pieni di iniziative, di idee, abbiamo messo insieme un gruppo eterogeneo ma affiatato di persona ehe hanno dato un movimento diverso alle arti marziali italiane. Una voce fuori dal coro ma molto attiva, vivace, e che a me personalmente ha ridato voglia di darmi da fare.

A Paolo auguro un anno splendido pieno di emozioni e di soddisfazioni.
Potrebbe essere che vada a trovarlo a Shanghai…
A presto Paolo!

Sifu Aarvo (Bill) Tucker




Ho conosciuto tanti anni fa Sifu Tucker ad uno dei primissimi Tai Chi Caledonia, anni ’90, in Scozia. Aarvo è un maestro di Gonfu ma anche una persona speciale, cresciuto a Taiwan sotto la guida di Sigung Luo Dexiu ed è uno specialista di Xingyiquan, Baguazhang, Taijiquan e Qigong. Aarvo non domina solo la parte teorica del Neijia, ma anche la parte pratica, e si percepiva bene già al tempo dal modo in cui si muoveva. So che ha avuto esperienze toste in combattimento nel suo passato, e che non si tirava indietro quando era il momento, specie con il suo Xingyiquan.

Esperto della lingua e della cultura cinese, ha vissuto lunghi anni a Taiwan. Insieme a Dan Miller si è spostato per mesi in Cina nei viaggi legati alla famosa pubblicazione Pa Kua Chang Newsletter/Journal, e molto spesso ha ingaggiato nelle dimostrazione a due con famosi maestri di Baguazhang e Xingyiquan. La sua competenza è davvero notevole, e credo sia stato per me un incontro fortunato, perchè con lui ho potuto capire molte cose del Baguazhang pratico che altrimenti avrei sicuramente perso. 

Nel luglio del 1999 insegnammo insieme in Scozia, e Ronnie Robinson mise una nostra fotografia in copertina e due articoli nostri sul Baguazhang sulla rivista nazionale del Taijiquan inglese. Nell’ottobre del 2000 Aarvo è stato ospite a casa nostra per qualche giorno, insieme a mio cugino Livio abbiamo cenato alla cinese tradizionale con grande gioia di tutti noi (la lingua ufficiale a cena era il cinese….) e ha tenuto a Ferrara un seminario di Neijia, tra cui anche elementi di Dai Xinyiquan (la Scimmia che Allunga la Schiena) ed altro. Poi ci siamo rivisti in Toscana una decina di anni dopo e per una lunga giornata abbiamo condiviso la sua vacanza in un bellissimo paesino laggiù. 

Da alcuni anni Aarvo si è trasferito in Canada, dove gestisce un centro sportivo e benessere, e sono convinto che lo faccia molto bene. Insegna sempre arti marziali, e casualmente ho ritrovato un suo articolo in cui presentavamo insieme il Baguazhang nel 1999 in Scozia. Il link al suo sito e all’articolo è ancora valido, per cui se volete scaricarvi due begli articoli e qualche applicazione sul Baguazhang, potete farlo li. Spero di avere ancora occasione di incontrare Sifu Tucker, anzi Aarvo, un amico che non si dimentica.

(http://gravityandgrace.net/a-few-misconceptions-about-baguazhang/)


Questa lunga estate




Il 6 maggio 2017 abbiamo tenuto un seminario nella bella cornice della Dream Horse Ranch di Castelfranco Emilia (Modena) in compagnia dei nostri cari Yuri Debbi e Monica Montecchi e un manipolo di compagni di avventura. Nonostante la pioggia abbiamo praticato bene, mangiato bene e in un ottimo clima. 



Il 7 maggio (la domenica successiva) ho avuto il piacere di ospitare Massimo Garavoglia a Caldogno per una intervista sulle arti marziali, che dovrebbe uscire prima o poi in un libro che Massimo sta preparando. E’ stato un bell’incontro, all’insegna dello scambio e della conoscenza, come si usava fare nel passato. Il tè ovviamente ci stava perfettamente nella conversazione. Attendiamo di vedere realizzato il libro di Massimo.


Il 17 e 18 giugno 2017 ho fatto una scappata a Roma per conoscere e praticare con Sifu Kleber Battaglia, Sifu Benno Wai e Sifu Riccardo Simonetti, accompagnati dal nostro onnipresente presidente sifu Paolo Chilelli. E’ stata una bella esperienza, molto ricca e interessante, le persone squisite e davvero interessante il lavoro interno sviluppato nei due giorni, ai confini tra Yiquan e Wingchung. 


A fine giugno e 1 e 2 luglio 2017 siamo andati a dare il nostro contributo ad AQUAVENICE, una manifestazione di Taijiquan e Qigong creata 32 anni fa da sifu Franco Mescola e che ancora oggi viene portata avanti con coraggio e capacità dal suo team di insegnanti e allievi. Il contesto dell’isola di Pellestrina ha fatto una parte, ma la cordialità e lo spirito sincero di ricerca e di serietà dei ragazzi di Franco mi hanno fatto un enorme piacere. Lavorato su due principi di Baguazhang, camminata e Chansigong. Un grazie per la bella accoglienza.


Luglio 2017: quest’anno che ero in locandina non sono andato! Purtroppo Tai Chi Caledonia non ha potuto contare sulla mia presenza, ma sono stato degnamente rappresentato dai colleghi della Fiwuk e da un paio di miei colleghi e allievi. L’appuntamento è solo rinviato, perchè nel 2018 sono già nella lista dei docenti, e se qualcuno vorrà unirsi al gruppo farà una splendida esperienza che consiglio a tutti! 


Ad agosto 2017, in una delle pause estive nel mio ritiro sull’altopiano di Asiago, ho avuto il piacere di esaudire una richiesta di un’amica, Sonia Mosele, e con lei abbiamo costituito un gruppo di praticanti di Taiji Qigong, che dal 2 di agosto si allena ogni mattina sulla base dei miei insegnamenti. Per me è stato bellissimo vedere che le persone ne uscivano ricaricate dopo un’ora di pratica al mattino, non sentivano più alcun tipo di dolore o di stanchezza, e partivano pimpanti per la giornata. Una grande esperienza, conclusasi giustamente a tavola per la gioia di tutti!



Infine l’appuntamento di settembre! Dall’8 al 10 settembre sarò nel corpo insegnanti del Secondo Taiji Forum di Hannover (Germania), quest’anno sul tema Yangshen, nutrire il principio vitale. Ovviamente lo farò partendo dal Baguazhang e focalizzando su tre temi specifici, che presento anche nel forum (https://taiji-forum.com/other-chinese-internal-arts/baguazhang/) Sarà un piacere rivedere vecchi amici e tornare a viaggiare per condividere la conoscenza. 


Matteo Gatti e il Taijiquan

Dal blog Fashiontimes, ripubblico

Taiji: l’arte che muove il corpo e scioglie i pensieri
Di Serena Maj – 8 gennaio 2017

Dialogo con Matteo Gatti, appassionato maestro di Taijiquan (o anche Tai chi chuan) a proposito di trasformazioni, movimenti, pensieri e vita.

Cosa succederà nei prossimi 12 mesi non lo sappiamo. Per certo fra 365 giorni saremo diversi da oggi, per certo alcuni cambiamenti li avremo cercati e voluti e altri li avremo un po’ subiti, chiedendoci se non ci fosse altra strada. C’è un modo per allenarsi alla trasformazione?

Quando ho visto per la prima volta fare Taiji in un parco della Chinatown di New York parecchi anni fa ho pensato che quel gruppo di persone che sembravano danzare al ritmo morbido al quale il sole si spostava davano l’impressione di mettere in scena, con i loro movimenti, il passare continuo di ogni cosa da uno stato all’altro, e che fossero capaci di guidare questo cambiamento pur lasciandolo semplicemente fluire. Era un’impressione superficiale ma bellissima, ci sono voluti anni ma alla fine una persona capace di dare un senso diverso a quella sensazione l’ho trovata, le ho fatto un po’ di domande e le risposte sono qui e sono il mio augurio per un 2017 pieno di novità da accogliere e portare nella nostra vita con gentilezza, mentre andiamo avanti a passo costante.

Come definiresti il taiji?
“Arte marziale, meditazione in movimento, metodo espressivo, educazione all’ascolto di sé, pratica autocurativa… Definire il taiji è un’impresa che mi è sempre sembrata impossibile: le sfaccettature della pratica e la molteplicità degli approcci degli insegnanti e dei praticanti sono innumerevoli. Se attingiamo dall’aspetto filosofico, il termine taiji è riferito al processo vitale della trasformazione: per questo è spesso associato ad una pratica di crescita evolutiva, che pone in relazione la natura umana con il contesto dell’esistenza. Inoltre, benché si tratti di un’arte relativamente giovane rispetto ad altre pratiche cinesi si tratta di una disciplina in continua evoluzione: basti pensare ai principali stili che si sono succeduti nella storia, dal chen, allo yang, al wu fino al piccolo wu, in un processo di approfondimento e distillazione non solo del gesto, ma anche della profonda teoria che ne sta alla base. Tenterei di rispondere “di sponda” alla domanda, raccontandoti del taiji che pratico io e che conosco di più, chiarendo prima di tutto la distinzione tra taiji “moderno” (o sportivo) e “tradizionale”. Questa distinzione non ha tanto a che vedere con la cronologia, quanto con la modalità di trasmissione: il taiji tradizionale è fondato sul “lignaggio”, ossia sull’insegnamento di principi fondamentali di generazione in generazione (pur nella relativa evoluzione delle tecniche); gli approcci più moderni spesso smarriscono questa radice concentrandosi maggiormente sull’aspetto esteriore, sulla forma, molte volte privata della “sostanza”. Con il tempo ho imparato inoltre che nel corretto apprendimento è essenziale la comprensione filosofica dei principi, con la difficoltà aggiuntiva che il taiji richiede un’assimilazione che non si fermi alla mente, ma che anzi parta da una comprensione con il corpo. Solo così si può creare un dinamico dialogo, una risonanza nello spazio tra corpo-gesto e mente; la pratica del taiji dovrebbe infatti svolgersi principalmente in prossimità di questa soglia, di questo campo energetico tra polarità”.

Ci sono quindi diverse modalità di praticare il taiji. Quale stile pratichi?
“Il mio maestro, Wang Zhi Xiang, pratica lo stile Yang e lo stile Wu, ma basa il suo insegnamento soprattutto sul “taiji dell’acqua” fondato da Wang Zhuang Hong attingendo alle fonti dei “Classici del taiji”. L’intelaiatura di questo stile è basata sullo stile Yang, ma incorpora un movimento più tridimensionale composto da spirali. Il cuore della pratica sta nello sfruttare in maniera consapevole “la forza di attrazione che proviene dal centro della Terra (cioè la gravità)”. I movimenti energetici si ispirano alla natura profonda dell’acqua, cioè alla sua capacità ricettiva e dinamica allo stesso tempo”.

Un po’ di storia. Come è nato e come è arrivato in Europa.
“Il problema della storia delle arti marziali cinesi in generale è la scarsità delle fonti scritte, ne consegue la difficoltà della datazione; anche il taiji non sfugge a questo fatto e spesso si ricorre a delle figure semi-leggendarie per datarne l’origine…Lo stile più diffuso, lo Yang, è comunque piuttosto “giovane” e ha circa duecento anni, visto che i primi documenti scritti sono datati XIX secolo. Si diffonde in Occidente a partire dagli USA a causa della forte presenza delle comunità cinesi negli anni ‘60, arriva in Europa a fine anni ‘70, prima ad opera di insegnanti di Hong Kong o di Taiwan e solo successivamente della Repubblica Popolare Cinese…in Italia arriverà solo negli ’80 inizialmente con le forme più sportive. L’insegnamento del tradizionale comincerà in modo più esteso negli anni ’90: anche se tuttora resta in Italia la forma di taiji meno diffusa, sta lentamente aumentando la sua base di praticanti”.

Come hai scoperto il taiji? Perché ti ha affascinato?
“Sono stato da sempre attratto dalle discipline orientali, ho cominciato da adolescente con le arti marziali giapponesi. Con il tempo la curiosità (e l’entusiasmo!) giovanili si sono trasformati in una ricerca sempre più profonda e coinvolgente…quando ho incontrato il taiji praticavo diverse discipline a contatto e agonistiche, quindi il primo impatto alla lezione di prova è stato un po’ tiepido…un’arte dai movimenti lenti che mi sembravano molto lontani dalla realtà del combattimento…un compagno di pratica di cui ho stima mi ha incoraggiato a non desistere, e così ho iniziato a frequentare la palestra più assiduamente. L’inizio è stato duro, rallentare il movimento rimette in discussione tutte le catene cinetiche, gli schematismi che il corpo ha assimilato e memorizzato…una riprogrammazione che può essere anche ardua e dolorosa, visto che tutti tendiamo inconsciamente a creare negli anni strutture su cui ci “puntelliamo”. Insomma, all’apice della mia forma fisica mi trovavo a non riuscire a reggere a lungo una posizione, a sciogliere un gesto, a rendere tranquilla l’attenzione… Ho capito con il senno di poi la ragione dell’apparente lentezza del movimento: per educare ad una trasformazione sottile. Se la pratica dei principi è lenta è più assimilabile, se è graduale diventa alchemica e può, sotto l’occhio di un maestro attento e paziente, operare una profonda trasformazione nel praticante. Praticando in lentezza la percezione può ampliarsi, quasi scollarsi dall’urgenza del fare, e diventare più sottile e penetrante. Insomma il taiji è più un’arte della mente (è singolare che il termine cinese xin indichi allo stesso tempo la “mente”, i processi psichici, e il “cuore”, i processi emotivi). La sfida (e il grosso del lavoro) è non solo quella di armonizzare l’incessante dialogo mente-corpo in una costante eco trasformativa, ma anche di integrare le differenti qualità mentali in gioco (volontà, immaginazione, sensazione), in modo da “pulire” il gesto e “lasciare che accada” senza interferenze. Si potrebbe dire che ogni gesto nasca dal vuoto e al vuoto torni, come incessanti onde sulla superficie del mare; sullo sfondo la mente tranquilla osserva, smette egoisticamente di controllare”.

Agli occhi di noi profani, il taiji sembra una coreografia, sembra disegnare una sequenza, quasi un linguaggio. L’impressione è giusta? Ogni gesto ha un senso? Esistono sequenze?
“Il bagaglio tecnico del taiji è davvero ampio; generalmente l’immaginario comune associa il taiji all’esecuzione delle forme, ossia a delle sequenze più o meno lunghe di movimenti prestabiliti, insomma alla pratica “codificata” a solo. In realtà la forma è la punta dell’iceberg: vista la sua complessità, i gesti vanno prima “puliti” e focalizzati con le sequenze degli esercizi fondamentali, resi profondi e sensibili con la pratica a coppie (tui shou), fluidi e concatenati con la pratica del combattimento libero (san shou), energetici e sottili con lo studio dei movimenti “interni” (nei gong, qi gong e meditazione). Come analogia per la pratica mi viene in mente quella della musica: il primo step è quello di accordare lo strumento (la mente-corpo), successivamente impratichirsi negli accordi, poi cercare di eseguire brani composti da altri autori, provare temi a quattro mani; solo alla fine di questi passaggi si può creare una propria composizione “libera”…Va inoltre notato che dall’esterno la forma può mostrare sensibili differenze da praticante a praticante, visto che il focus è soprattutto sulla sensibilità interna del corpo al movimento-cambiamento che non alla riproduzione di “figure-forme” che tendono a una coreografia. Altre arti marziali ad esempio prediligono questa seconda tipologia di pratica con la conseguenza di ottenere delle “intelaiature” praticamente immutabili a scapito della adattabilità e della fluidità del movimento. In questa differenza sta la chiave della comprensione profonda del gesto: tanto più se ne assorbe il “significato” (che spazia da quello energetico a quello marziale-applicativo), tanto più la pratica sarà svincolata dagli assilli della forma; ma anche qui si parla di un processo molto lento e sottile… Ti dicevo di come il taiji tradizionale sposti il focus dallo studio della forma fine a se stessa allo studio dei principi che regolano il movimento; la pratica dei principi come “navigatore” ed elemento di sintesi permette infatti di orientarsi in un percorso che altrimenti diventerebbe sterile e superficiale: la difficoltà sta insomma nel passare dalla consueta mentalità “accumulativa” (più forme, più ripetizioni, ecc.) ad una più sottile basata sulla qualità del gesto e sulla sua percezione profonda”.

Dove si pratica? Come si impara?
“Mi piace scherzare con i miei studenti dicendo che per praticare è necessario lo spazio di una mattonella… Dopo un certo apprendistato il taiji può essere veramente praticato ovunque e in qualsiasi intervallo di tempo. La figura del maestro in questo processo di maturazione è fondamentale, anche se un buon insegnante sa che la sua funzione dovrebbe essere quella di “attivare” la capacità insita in ognuno di noi – ma quasi sempre sopita – di essere nell’esperienza, di renderla viva, e di lasciare che ci trasformi profondamente. Insomma il pilastro della pratica dovrebbe restare la disponibilità a praticare anche da soli con seria giocosità, come succede in ogni gioco “da bambini”: equivale a dire con engagement totale ma tranquillo, senza tensioni…capita quasi sempre che anche le volte che ci si accinge alla pratica senza questo stato d’animo siano sufficienti pochi minuti per riattivarlo. Questo secondo me è il dono più grande che può fare il taiji a un sincero praticante: rieducare all’ascolto profondo del corpo, vivificare ogni gesto rendendolo consapevole ma non controllato, tendere insomma a quello stato che in Cina si definisce semplicemente zi ran, “naturale”, ossia lo stato del wu wei (non agire volontariamente, non controllare). Ovviamente come in tutte le attività artistiche è necessario un lavoro di distillazione per prove ed errori, in cui la pazienza – l’attesa libera dalle aspettative – diventa un cardine. Questa disponibilità spesso va rieducata visto che agiamo in una cultura basata su logiche economiche e del tutto e subito”.

A chi lo consiglieresti?
“Il taiji sta ultimamente avendo un boom in Occidente (Italia compresa) come ginnastica “dolce” adatta ad ogni età, che indubbiamente è uno degli aspetti della disciplina… È consigliato sempre più diffusamente anche dalla medicina occidentale visti i suoi indubbi benefici e la quasi totale assenza di controindicazioni. Basti però ricordare che nei tornei a contatto pieno in Cina i praticanti di taiji tradizionale sono molto temuti… L’estrema ricchezza di una “forma non ingabbiata in forme” ha secondo me infiniti campi di applicazione…Ho avuto il piacere di praticare con persone provenienti dalle più disparate esperienze: dallo sport, ad altre arti marziali, alla danza, allo yoga, alla musica, all’arrampicata… così come con persone senza nessun background. Insomma lo consiglierei ad ogni persona curiosa, dalla mentalità sufficientemente aperta e desiderosa di mettere in discussione le proprie abitudini”.

Matteo Gatti

(per informazioni mailto: miaomat@gmail.com)

Acquavenice 2017

Quest’anno a inizio luglio interverrò ad una manifestazione che compie i suoi 32 anni dalla nascita, ad opera di una persona che ha fatto la storia del Taijiquan e del Qigong in Veneto, il caro amico Franco Mescola, scomparso poco tempo fa. Acquavenice è una bellissima realtà, creata in un contesto speciale come Venezia, dove Franco ha fatto convergere nel tempo vari insegnanti da tutta Europa, creando un nuovo polo per lo sviluppo di queste arti. La “zente” di Franco sta portando avanti la sua creatura con grande impegno, e per me partecipare è un grande piacere ed un modo di onorare la sua memoria.

Quest’anno l’evento si terrà a Pellestrina, la striscia di terra che separa la laguna veneziana dall’Adriatico, dal 29 giugno al 2 luglio 2017. Vi saranno altri insegnanti internazionali e saranno giornate piene e intense, dove davvero si crea l’atmosfera giusta per comunicare, lavorare sodo e divertirsi: gente che “ha da dare” si incontra con gente che “ha voglia di imparare”. Così me la descrisse Ronnie Robinson pochi anni fa, e così amo pensare ad un laboratorio dove praticare e crescere.

Come dicevo a Gillian, per me Venezia è una città e un modo di vivere speciale. Ci ho studiato, ci ho abitato, mi sono laureato, ci torno a bacari, ci porto gli amici, ci guido le persone che vengono a trovarmi, ogni volta che atterro a Tessera me la godo con gli occhi. Venezia è una mia seconda patria. Viaggiando molto per il mondo, in qualche modo ho sviluppato delle radici ancora più profonde nella laguna veneziana, mantengo il contatto sempre forte per non perdere l’identità. Conosco bene la sua storia, la sua geografia umana e sociale, la sua cultura semplice e schiva, le sue specialità strane, certi sentimenti lagunari unici di questo posto, che stanno a metà strada tra la nostalgia e il “caligo”.

Io stesso sono figlio della Veneticità (pur essendo vicentino), e spesso racconto scorci della storia di Venezia ai miei clienti o allievi in giro per il mondo, per far capire quale geniale spirito abbia ispirato per mille anni una Republica unica e irripetibile nel suo genere. Acquavenice per me è un modo di risentire tutto questo, e mi riempie di gioia andare a raccontare le mie quattro cose a persone cui sono vicino culturalmente.

Lavoreremo sul Baguazhang avvicinandolo dal suo punto principale, il cerchio e i passi. Tutto è scritto lì dentro, quindi andremo in profondità su come radicarci in movimento, e poi andremo a sperimentare il lavoro del Bozzolo di Seta del Baguazhang, ovvero come usare il corpo come una unica entità in maniera armonica, intensa e completa. Dal mio curriculum si evince che ho fatto molte esperienza non proprio “mistiche”, e che tendo ad ricercare la mia conferma nella applicabilità e nell’efficacia concreta dei movimenti che propongo. Questa è anche la garanzia per chi studia con me, che alla fine non avrà solo teoria, ma sana pratica e solidi principi utilizzabili.

In attesa dell’arrivo del caldo fine giugno 2017…

AQUAVENICE 2017
29-30 Giugno – 1-2 Luglio 2017
32° Seminario Internazionale di Tai Chi e Chi Kung
Villaggio Ca’ Roman – Isola di Pellestrina – Venezia