Non paura



Uno dei più grandi regali che possiamo offrire agli altri è di diventare la dimostrazione di non attaccamento e di non paura. 
Questo è un insegnamento vero, più prezioso di qualsiasi denaro o risorsa materiale. 
Molti di noi sono molto impauriti e questa paura distorce le nostre vite e ci rende infelici. 
Ci attacchiamo agli oggetti e alle persone come una persona che sta affogando si attacca si aggrappa ad un tronco che galleggia. 
Praticando la realizzazione della non discriminazione, vedendo l’interconnessione di tutte le cose e la loro impermanenza, e condividendo questa saggezza con gli altri, facciamo il regalo della non paura. 
Ogni cosa è impermanente. 
Questo momento passa. 
Le persone se ne vanno. 
Ma la felicità è ancora possibile.

– Thich Nhat Hanh, “Come amare” 
Buon Natale!

Collezione di figurine

“Pensa che ironia, Gigio, scoprire dopo vent’anni di pratica che le cose importanti nelle arti marziali si imparano, ad esempio, già nei primi sei mesi di boxe o di un’altra pratica. E tu hai girato in tondo per vent’anni per niente o quasi… “, mi dice stamattina Sergio durante la nostra sessione di sparring in garage. Bum, colpito dentro e fuori. Con Sergio è normale non vederlo e sentirlo solo. Sembra un pensiero peregrino: si  praticano mille tecniche, mille forme e mille sistemi, ma l’efficacia e l’essenza marziale si nasconde nelle cose semplici. E questi vale anche e soprattutto nel Baguazhang e nel Neijia, se lo si vuole capire bisogna semplificare tutto, come in matematica.

Forse oggi l’efficacia in un contesto reale non è quello che viene ricercato: insegnare arti marziali comporta oggi troppi rischi, troppe responsabilità e richiede un impegno che appare smisurato ad un neofita-cliente: “Non finisci mai di imparare, se tiri dentro davvero scopri che la pratica è dura, e dura fino alla fine della tua vita, non arrivi mai a raggiungere un punto finale. Questo fa paura”. E bravo Sergio. Ho una grande stima della sua concretezza e delle sue abilità, che negli anni si sono affinate in un modo bilanciato. Sergio per me è un esempio di come si può crescere grazie alle arti di combattimento.

Penso sulla quantità sterminata di foto sul web, tutte in posizioni ad effetto in posti mozzafiato e con il costumino di seta bello, e mi rendo conto che ci siamo dentro tutti, in questo processo di camuffamento, di scambio del “quid pro quo”. L’arte marziale è diventata l’arte dell’immagine, quella delle figurine, e poco importa se dietro c’è poco o nulla. Tutti facciamo qualcosa che viene certificato, facciamo parte di qualcosa, ci sentiamo qualcuno, l’aspetto sociale e di facciata è diventato lo scopo della pratica. Quando ho iniziato quarant’anni fa non era così, era molto più concreto, più semplice da capire, e chi tirava dentro era bravo, gli altri ci provavano. Ancora oggi uso felpe e pantalonacci per praticare, mi sembra più onesto, ma quando bisogna fare scena, anch’io uso il costumino.

Leggo e confronto lo stile di marketing con alcuni vecchi libri vintage di boxe americana, Jack Dempsey che insegna come “combattere duro” da sottotenente delle guardia costiera USA nel 1942 con avversari in mutandoni, in piedi, a terra, dove serve, a volte simpaticamente ridicoli ma grintosi, e non dubito dell’efficacia. Una ventina di tecnica tra percussioni, strangolamenti, leve basiche, scarne e dirette, nello stesso periodo storico in cui Imi Lichtenfeld creava il Krav Maga in Israele. Grosso modo ci siamo, ritrovo lo stesso sapore aspro e fisico d’impatto, che secondo me era anche quello dei tempi di Sun Lutang.

Si racconta che Sun fu invitato da un amico nel Nordest della Cina per insegnare presso una associazione di arti marziali. Al di là delle lezioni tenute, la cronaca di quell’anno è scarna ma interessante: già anziano, fu sfidato da un boxeur occidentale, e Sun serenamente accettò,  ma all’ultimo si annullò l’incontro per timore di rappresaglie se Sun avesse vinto (come sembrava probabile); su richiesta della comunità locale Sun cacciò, inseguì e catturò un bandito che imperversava nelle zone da tempo, a mani nude e vivo, e lo consegnò alla milizia locale; e alla fine tornò a casa. Ordinaria amministrazione.

Sun non era l’unico, era proprio il periodo storico così, da Fu Chengsun a Wang Xinagzhai, che andavano da una scuola all’altra per imparare con umiltà o per sfidare i maestri e vedere chi la portava a casa. Questa era la vecchia scuola, la Vecchia Guardia, quella che Napoleone voleva sempre intorno a sè quando la situazione di faceva difficile. Mi torna in mente anche il famoso Chang Dung Shen, nato nel 1908, la celebre “farfalla che vola” della lotta cinese (Baoding Shuaijiao), che dal 1933 in poi vinse qualsiasi incontro, forte di metodo che di elegante non aveva davvero nulla, ma funzionava alla grande, proprio come le mani e la pancia del grande Wang Shujin o l’Aikido potente del guardiano dell’Hombu Dojo, Saito.

Collezionare figurine è bello, lo ammetto, ci immortala in una dimensione in cui per un attimo sembriamo essere qualcosa d’altro da ciò che siamo. E’ il bisogno di sfuggire alla realtà, di non essere qui ora, ma sognare di essere altro. No, non funziona così, è solo scappare dal momento, e lo Zen è essere qui ora. Mi piacerebbe che i ragazzi tornassero a mettersi in gioco e a tirare quattro pugni veri, e non solo sui sacconi o nei drill, ma scoprissero loro stessi e quello che loro vogliono. Ne abbiamo bisogno oggi più che mai.

Secondo anno Unicorni

Venerdì pomeriggio e sabato mattina, sotto una pioggia torrenziale, i ragazzi del secondo anno di Baguazhang sono partiti da casa loro all’alba per essere puntuali alle 8.30 a Caldogno e alle 9.00 per iniziare il nostro secondo incontro annuale. Fabrizio da Genova, Sergio da Milano, Massimo da Oderzo, insieme a Matteo e Sergio da Vicenza hanno sfidato Giove Pluvio e il meritato riposo del sabato mattina per venire in palestra. Non ho l’abitudine di fare tanti complimenti, ma questa volta devo dire che la disponibilità di tutti, l’allegria, la voglia di fare e la concentrazione dimostrata mi hanno colpito.

Stiamo affrontando i movimenti legati alla seconda coppia di animali nel nostro Baguazhang di Sun Lutang, la coppia Serpente – Falco, che rappresentano la polarità principale nello Hou Tian, e l’abilità richiesta al corpo e alla mente non è poca cosa. A volte dimentico quanta fatica ho fatto anch’io per capire ed entrare nel movimento del Baguazhang. Il Serpente porta verso terra secondo il movimento dell’acqua, e stringe nella sua morsa l’avversario in modo crudele. Il Falco invece attacca alto come il fuoco e vola verso il nemico avvolgendolo con le sue ali e attaccandolo con i suoi artigli. Anche se suona molto filosofico, le magliette e le felpe dopo quattro ore erano da attaccare al muro per il sudore.

Sono sempre felice quando vedo buona pratica, volti intenti e passione nel lavoro. Stimo molto le persone che lavorano con me, perchè al di là di tutto e del Baguazhang stesso sono tutti praticanti con esperienza, con anni di lavoro alle spalle, con provenienze diversissime tra di loro, eppure legati da una disponibilità non comune a mettersi in discussione e a guardare oltre. Ci siamo divertiti, abbiamo riso e l’abbiamo buttata in divertimento quando ci voleva, e questo ha reso tutto più facile e più bello. Volevo solo ringraziare tutti per il lavoro fatto.

Sabato prossimo siamo a Milano, chi vuole partecipare è sempre invitato!

L’importanza del fare

“Tutto inizia con il Fare (You Wei), e uno fa già fatica a vedere qualcosa, 
Quando però si arriva al Non Fare (Wu Wei), tutti cominciano a capire.
Ma se tu vedi solo il Non Fare (Wu Wei) come l’essenziale meraviglia,
Come fai a sapere che il Fare (You Wei) è il fondamento?”
(Zhang Boduan, Wu Zhen Pian, 1075 d.C.)
Lo scorso fine settimana ho visitato due scuole di arti marziali, il Cerchio Infinito di Milano (con la rappresentanza anche di una scuola di Oderzo, Treviso) e Tui Il Lago di Modena per due seminari legati al corso istruttori di Baguazhang. Non sembra, ma cercare di trasmettere un’arte marziale è davvero una delle sfide più grandi che una persona possa scegliersi. Le giornate sono state lunghe, intense, gli argomento toccati tantissimi, ed ognuno avrebbe meritato un approfondimento, ma il tempo è tiranno, e da un certo punto di vista è anche corretto pensare che un insegnante, se ha dei buoni allievi, deve fare come il giardiniere: piantare i semi, innaffiare e aspettare che il tempo e le piante facciano il loro lavoro.
Si ha un bel parlare del taoismo e del Wu Wei: tutti si aspettano che non facendo, tutto arrivi. E’ un altro dei mille miti da sfatare. Ma anche fare tanto tanto tanto, a testa bassa, non basta, è davvero sterile. Se vogliamo capire come fare a Non Fare, occorre Fare, tanto e bene, e poi sapersi fermare. Lo scopo è di fare sempre meglio, al punto in cui possiamo cominciare a togliere, togliere, togliere, e lasciare solo ciò che serve. A questo serve fermarsi. Nel Rushou le braccia e la testa hanno sempre una tendenza ad usare la forza e una certa rigidità muscolare, perchè non ci prendiamo mai il tempo per allenare la morbidezza, l’ascolto, la cedevolezza, la continuità, la flessibilità della frusta. Forza si, ma con intelligenza.
Stamattina in aereo leggevo un bellissimo libro sulla vita di T.T. Liang, famoso maestro di Taiji stile Yang e forse uno dei pochi grandi vecchi che ha lasciato una eredità importante, che veniva da Cheng Manching ma anche da altri nove maestri (e stili) di Gongfu, e dopo essersi allenato anche qualche volta con Yang Chenfu, giusto per dire. Il tema principale dell’insegnamento di T.T. Liang era: “rubate la mia arte”. Geniale, pensate quanto siamo lontani da chi ha paura di perdere anche la propria ombra. Se qualcuno ruba qualcosa, vuol dire che per lui ha valore e ci tiene, rischia persino una punizione per il fatto di rubarla: forse è la persona giusta a cui trasmetterla, no?
Fare, fare, fare. Poi bisogna riposare, e contemplare. Ma è importante lasciare che la coltivazione germogli, lavorare sulle cose e attendere pazientemente che le cose crescano. Loriano Belluomini, la persona che più di chiunque altro in Italia ha scritto pubblicamente, apertamente e con competenza di Neijia, specialmente di Baguazhang e Xingyiquan, ha una bellissima connessione con la terra e con la natura. Il suo modo di lavorare, ascoltare e praticare segue i ritmi delle stagioni, i periodi delle olive o dei viaggi, i momenti di meditazione, lo stato d’animo, il sentirsi dentro. Quello che ha dentro lo dice.
L’alternanza di Fare e Non Fare è il segreto dell’Aurea Mediocritas di Orazio: gli estremi sono estremi, non sono la strada maestra, portano sempre ad uno squilibrio. Trattenere e nascondere sono segni di paura, che fanno morire l’arte. Regalare e buttare via sono ugualmente segni di squilibrio, di incapacità di dare valore. I ragazzi che ho trovato a Milano e a Modena sono persone belle, ricche, dove una parola o un principio attecchiscono, hanno spazio, aprono a riflessioni, muovono energie. L’importanza del fare è esattamente in reciproca sintonia con l’importanza del non fare, del lasciar decantare, come un buon vino fatto respirare un’ora prima di berlo. 
Questo è il mio grazie alle persone che vogliono crescere, e con i quali è sempre un piacere condividere un minuto, un’ora, degli anni, una pratica, dei consigli, una fiducia. La vita è fatta di momenti e la qualità di quei momenti è importante. Fermiamoci ogni tanto a contemplare un lavoro ben fatto, e apprezziamolo. Quello è Wu Wei. Sentiamo dentro il valore di quel momento. Non tornerà, e prima o poi non avremo più il modo di farlo. Cogliamo l’attimo. Fare e non fare sono la capacità di stare con il momento. E’ meditazione. E’ vita.

1° Meeting Italiano Ziran Baguazhang

Chi mi conosce sa come la penso su tante cose, specie nel mondo delle arti marziali. Ho una innata diffidenza per le scatole e una insana passione per i contenuti, e mi piace smontare i giochini. Quindi quando ho pensato a questo primo incontro, lo scopo era nell’ordine: fare in modo che tutti i miei istruttori e futuri istruttori potessero conoscersi reciprocamente e sapere che c’erano in giro per l’Italia persone come loro, cioè ancora sane; lavorare sulla trasmissione orale, che non verte sulla tecnica ma sull’ispirazione che nasce quando la pratica si libera della tecnica; infine condividere e creare uno spirito di gruppo, un sentirsi parte di una famiglia – anche se questa immagine è un po’ abusata, me ne rendo conto.

In sintesi, i due giorni sono trascorsi sull’onda della pratica e della scoperta. Ho voluto mescolare le armi dentro la pratica, anche a costo di qualche rischio, perchè venissero capite non come le solite “forme delle armi”, ma perchè fossero le armi del Baguazhang, cioè una estensione delle braccia e delle gambe che insieme insegnano ad corpo a muoversi meglio, e permettono al corpo di diventare più grande. Il bastone è l’arma più antica del mondo, e con un puntale di metallo diventa una lancia, e insegnano il movimento del corpo e la potenza. Le mezzelune, o corna di cervo, sono quanto di più tipico e concreto permetta di imparare il senso del movimento del Baguazhang e la finezza. Non abbiamo fatto abbastanza, ma prendere in mano le mezzelune e farle girare ci dice già molto della nostra pratica.
Abbiamo fatto un Dim Sum (menu ad assaggi tipico della cucina del sud della Cina) di Baguazhang: cambio singolo, cambio doppio, cambio a seguire, applicazioni, palmi, connessione, esercizi, meditazione, qigong, l’uso dei canali straordinari. E’ stato un momento per lavorare tutti insieme, ognuno con le sue individualità e le sue capacità, su un sistema non-sistema di gran lunga più stimolante e più vivo di tanti altri. Il Baguazhang ha la capacità di ricrearsi come l’araba Fenice, che risorge dalle ceneri, è basato sull’uso del corpo e sulla comprensione che esistono livelli dopo livelli, cieli sopra cieli, per chi non si ferma a guardare il dito. 
La cosa straordinaria è che la pratica del Baguazhang di Sun Lutang e la ricerca sulla teoria, sulla traduzione di quel testo criptico che tutti citano ma nessuno capisce, sta portando frutti inaspettati anche nella mia crescita personale e marziale. Nonno Sun, che dalla sua foto ci ha guardati per i due giorni, penso sia stato molto contento. La sensazione che ho riguardando le fotografie è di una grande soddisfazione, vedere tanti corpi in movimento circolare e soprattutto consapevoli, vitali, in piena crescita e alla ricerca di una qualità.
Ringrazio tutti per lo spirito con cui si sono messi in gioco. L’ambiente è stato sicuramente di grande aiuto, e la nostra cuoca Silvia e suo marito ci hanno fatto sentire a casa. I commenti che ho sentito parlano di una bella esperienza di gruppo, di ispirazione, di crescita, di cose belle. Tra poco ricominceranno gli incontri del secondo e del terzo anno, e c’è tanto tanto ancora da fare, ma la bellezza sta nel fatto che non c’è una fine, si va avanti sempre. I vostri attestati vi stanno aspettando, a breve ci rivedremo. Grazie alla mia ombra, il grande Sergio Fanton, senza il quale niente sarebbe lo stesso. Ma vale lo stesso discorso per ognuno di voi.

Da parte mia sento che vorrei essere in grado di passarvi tante e tali cose da riempirvi, ma che il tempo è breve e ci vuole passione e pazienza per unire tutte le parti e farle diventare una cosa unica. La mia missione è questa, trasmettere una conoscenza animata da una passione, una fiamma che non si deve spegnere, e che ognuno porta dentro nel modo in cui il suo cuore risuona. “Ama e fa ciò che vuoi”, dice un grande padre della chiesa, Sant’Agostino di Ippona. Praticare nella modalità del cuore non vi abbandonerà mai, ed è l’unico modo che io conosco per accendere altri animi. 

Grazie ancora e vivete una vita che vi rappresenti.

Questa lunga estate




Il 6 maggio 2017 abbiamo tenuto un seminario nella bella cornice della Dream Horse Ranch di Castelfranco Emilia (Modena) in compagnia dei nostri cari Yuri Debbi e Monica Montecchi e un manipolo di compagni di avventura. Nonostante la pioggia abbiamo praticato bene, mangiato bene e in un ottimo clima. 



Il 7 maggio (la domenica successiva) ho avuto il piacere di ospitare Massimo Garavoglia a Caldogno per una intervista sulle arti marziali, che dovrebbe uscire prima o poi in un libro che Massimo sta preparando. E’ stato un bell’incontro, all’insegna dello scambio e della conoscenza, come si usava fare nel passato. Il tè ovviamente ci stava perfettamente nella conversazione. Attendiamo di vedere realizzato il libro di Massimo.


Il 17 e 18 giugno 2017 ho fatto una scappata a Roma per conoscere e praticare con Sifu Kleber Battaglia, Sifu Benno Wai e Sifu Riccardo Simonetti, accompagnati dal nostro onnipresente presidente sifu Paolo Chilelli. E’ stata una bella esperienza, molto ricca e interessante, le persone squisite e davvero interessante il lavoro interno sviluppato nei due giorni, ai confini tra Yiquan e Wingchung. 


A fine giugno e 1 e 2 luglio 2017 siamo andati a dare il nostro contributo ad AQUAVENICE, una manifestazione di Taijiquan e Qigong creata 32 anni fa da sifu Franco Mescola e che ancora oggi viene portata avanti con coraggio e capacità dal suo team di insegnanti e allievi. Il contesto dell’isola di Pellestrina ha fatto una parte, ma la cordialità e lo spirito sincero di ricerca e di serietà dei ragazzi di Franco mi hanno fatto un enorme piacere. Lavorato su due principi di Baguazhang, camminata e Chansigong. Un grazie per la bella accoglienza.


Luglio 2017: quest’anno che ero in locandina non sono andato! Purtroppo Tai Chi Caledonia non ha potuto contare sulla mia presenza, ma sono stato degnamente rappresentato dai colleghi della Fiwuk e da un paio di miei colleghi e allievi. L’appuntamento è solo rinviato, perchè nel 2018 sono già nella lista dei docenti, e se qualcuno vorrà unirsi al gruppo farà una splendida esperienza che consiglio a tutti! 


Ad agosto 2017, in una delle pause estive nel mio ritiro sull’altopiano di Asiago, ho avuto il piacere di esaudire una richiesta di un’amica, Sonia Mosele, e con lei abbiamo costituito un gruppo di praticanti di Taiji Qigong, che dal 2 di agosto si allena ogni mattina sulla base dei miei insegnamenti. Per me è stato bellissimo vedere che le persone ne uscivano ricaricate dopo un’ora di pratica al mattino, non sentivano più alcun tipo di dolore o di stanchezza, e partivano pimpanti per la giornata. Una grande esperienza, conclusasi giustamente a tavola per la gioia di tutti!



Infine l’appuntamento di settembre! Dall’8 al 10 settembre sarò nel corpo insegnanti del Secondo Taiji Forum di Hannover (Germania), quest’anno sul tema Yangshen, nutrire il principio vitale. Ovviamente lo farò partendo dal Baguazhang e focalizzando su tre temi specifici, che presento anche nel forum (https://taiji-forum.com/other-chinese-internal-arts/baguazhang/) Sarà un piacere rivedere vecchi amici e tornare a viaggiare per condividere la conoscenza. 


In punta di piedi

Se c’è una attitudine che ho sempre apprezzato nei miei insegnanti (quelli storici, con cui ho stretto un legame importante), era l’eleganza, l’umiltà e la leggerezza. Jou Tsung Hwa, Stefano Bellomi, Wang Qiang sono solo alcuni, ma erano tutte persone così, trasparenti, dirette, direi naturalmente eleganti. Non tutti possedevano tutte le qualità insieme, ma nel fondo ognuno aveva una visione e una serie di valori condivisibile e condivisa. C’era determinazione e coraggio, ma anche rispetto per gli altri, spazio per la crescita e un desiderio – non sempre chiaramente espresso – di vederti comunque volare con le tue ali, sviluppare le tue potenzialità.

Stefano Bellomi, la persona con cui sono cresciuto dai 15 ai 26 anni, sia dentro che fuori la palestra, aveva una straordinaria intelligenza istintiva, capiva cose che io razionalmente capivo solo dopo anni. La sua guida è stata una specie di proiezione, di lancio, la cui spinta propulsiva dura ancora oggi in me e nella mia motivazione. Una parte di lui vive ancora in tutto quello che faccio. Stefano come me non amava la “sportivizzazione” delle arti marziali, e nonostante i poderosi scambi di calci e pugni che ci scambiavamo quotidianamente (come credo tutti più o meno facessimo negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo), avevamo un codice di rispetto anche nei confronti dei nuovi e dei vecchi della scuola. C’era un rispetto intrinseco delle cose, delle persone, dei miti, che venivano rispettati e presi a modello. Certe sensazioni sono rimaste dentro per sempre, le porto con me.

“Gli insegnanti servono a semplificare il percorso agli allievi”, diceva uno dei miei insegnanti, servono a indicarti le buche o i rovi da evitare e le deviazioni da non prendere, dove avresti perso tempo. Non sempre si poteva evitare, ma almeno i ragazzi erano avvisati, e mantenevano per gli insegnanti un senso di gratitudine. Stefano aveva un sistema “giroscopico” interno di buon senso: nonostante tutto non lo perdeva mai, anche quando aveva molte palestre e contemporaneamente studiava e massaggiava e ne faceva mille insieme. Quando vide i primi combattimenti di Sanda, scosse la testa, perchè capiva che stavamo andando in una nuova direzione, che era già lontana da quella tradizionale, dei suoi insegnanti, della sua storia personale. Ma tant’è, la storia ci insegna che non possiamo fermare il mondo, al massimo possiamo decidere se salirci in groppa o lasciarlo andare.

Oggi sento tanto la mancanza di Stefano e della sua eleganza. Wang Qiang aveva una visione ampia, perché aveva praticato Baguazhang e stili esterni, prima di cominciare Dachenquan con Wang Xuanjie, e nella sua posizione di ricercatore dell’università aveva buoni contatti. Anche  lui era elegante: una mattina, scendendo per l’allenamento, guardando il mio abito mi chiese: l’ha fatto tua madre? Risposi di sì, era vero, e lui tutto contento: come in Cina!!! Lui in cambio vestiva in camicia, pantaloni con la riga e mocassini, pura foggia occidentale, in un mutuo scambio di posizioni di rispetto nelle rispettive culture.

Master Jou era una persona decisamente vitale e felice, quando era in compagnia, e aveva  il dono di far sorridere sempre. Per lui l’arte marziale era stata una benedizione di tarda età e l’aveva proiettato in nuove dimensioni della conoscenza e della sua astrazione matematica. Non conosceva stanchezza e non poneva limiti. Aveva solo le idee molto chiare e ribadiva la sua visione, con ottimi argomenti. Sempre in punta di penna, sempre con l’evidenza delle prove.

Mi mancano, i tempi dell’eleganza. Mi piace l’idea – sempre e comunque – di passare in punta di piedi, e in un mondo che urla le sue idee strampalate, stimo chi comunque mantiene la sua eleganza e lo fa, per suo conto, coscienziosamente, liberamente, e prosegue il suo cammino senza fare rumore. Chi regala felicità e sa dare la sua amicizia in genere possiede questa attitudine. Se mai dovessi insegnare queste ultime lezioni di Baguazhang, una sicuramente sarebbe dedicata a come vivere il Baguazhang con profondità, con intensità e, certo, con eleganza.

Basics

Ci sono alcune regole auree dalle quali non si scappa, perchè sono quelle di cui è costituito l’universo. Parli di permacultura, di volo ad ala, di correnti dei venti e di nuvole, di tempo e spazio e design, e scopri che davvero tutto è uno. Ci pensavo mentre riecheggiavano nella mia mente le parole di un mio insegnante. La cosa più difficile non è ascoltare e credere al proprio insegnante, è sapere in buona coscienza quando è il momento di non credergli, senza mancare di rispetto. Poi vorresti fargli gli auguri di Natale ma sai che non capirebbe, quindi resti zitto.
La vita è sofferenza, ha ragione il Budda.

Questi sono i miei 5 cents di comprensione di oggi, ad ognuno il suo.

– I basics si chiamano così perchè sono le basi, i fondamenti, quindi sono fondamentali

– Lo sviluppo non è verso fuori, ma verso dentro, per cui ciò che appare bello non è vero

– Ad un certo punto della crescita c’è un bivio, e noi sappiamo dov’è la verità, però sceglierla costa

– Meno ma meglio, poco ma buono, lento ma costante, come la Natura

– Non c’è spazio per l’arroganza, ma solo per la comprensione/compassione

– Restiamo sempre principianti in ogni cosa, è il segreto della felicità

– Siamo tutti uguali davanti al combattimento, poco importa la strada fatta

– Anche un cane, se messo in mezzo ai lupi, riprenderà il suo istinto

– Più siamo vicini al combattimento, più siamo tutti uguali – più lontani, più siamo diversi

– Ci sono cose di cui si può parlare fino alla nausea e senza scopo, quindi meglio tacere

– Le cose vere sono quelle che abbiamo sperimentato, e sono diventate il nostro modo d’essere

– Sii sempre pronto a lasciare andare tutto, ma proprio tutto: morire prima insegna a vivere dopo

– “Là fuori” la nostra resa sarà sempre pari al livello della nostra parte più debole

Conclusione: meno problemi e più semplicità. Lasciare andare è estremamente arricchente. Capire dove vogliamo davvero andare, quello è il punto cruciale. E anche là, lasciamo andare, apriamo le mani. Meno ho da perdere, più mi diverto.

(Un grazie al mio sparring partner, il maestro Yuri Debbi, che si è generosamente prestato per queste e molte altre pose)

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Da cuore a cuore








以心伝心


Sabato scorso abbiamo vissuto una giornata davvero speciale. 

Prima di tutto è stata una giornata interamente dedicata al Baguazhang, otto ore in due tranches di quattro, la mattina dedicata ai ragazzi del primo anno e il pomeriggio per i veterani del terzo. A pranzo abbiamo avuto una pausa breve, un’oretta in cucina da me, caratterizzata da sonore risate, scambi di battute e nuove conoscenze. Infine, il pomeriggio è stato uno scambio di energie ancora più interessante e profondo: in una sala Baguazhang e lavoro sui Nove Palazzi, in un’altra sala Taijiquan nei principi e nella sua essenza.

Eravamo tutti insegnanti, e la cosa inusuale – quindi straordinaria – è stata la semplicità, la qualità, la disponibilità che si sono sviluppate naturalmente e che hanno coinvolto tutte le persone presenti. Chi doveva andare via subito, invece alla fine si è allenato per altre tre ore, e con soddisfazione. Cosa è rimasto della giornata? Personalmente una sensazione bellissima di collaborazione, cooperazione, apertura, scambio di conoscenza, piacere di lavorare. Mi porto dietro ancora questa sensazione fresca, che mi aiuta quando le cose si fanno un po’ meno piacevoli.

La comunicazione, questa sconosciuta. 

Possiamo passare anni a parlare e lavorare con il corpo, ma non riuscire a comunicare nulla. Perchè comunicare bisogna volerlo, ed è una alchimia che funziona solo se emittente e ricevente sono sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda e hanno lo stesso desiderio: conoscere l’altro. Spesso non vogliamo davvero conoscere, ma solo dire la nostra, preparare la nostra risposta. Quella non è comunicazione, è bisogno di trovare la nostra identità, un problema di sicurezza. La vera comunicazione è biunivoca, va e viene, e ad ogni passaggio lascia uno strato, una informazione, una emozione in più, libera energia, non occorre preoccuparsi troppo di quel che si dice. Quando i dialoghi si fanno liberi, leggeri e veloci, diventano quasi surreali, chi ascolta da fuori non comprende, ma chi è dentro si sente libero e le intuizioni diventano più importanti del detto. E’ come nuotare, sciare, combattere, lottare, sperimentare.

Nella tradizione cinese e giapponese (ma credo sia un retaggio umano di base), per trasmettere le cose importanti della vita – amore, sentimenti, esperienze profonde – occorre usare un altro modo di comunicare. Un mio insegnante parla di “oral transmission”, occorre una trasmissione viva e verbale, per spiegare certe cose, anche quelle legate alla pratica fisica, perchè le parole – l’intenzione dietro le parole in realtà – aprono opportunità nella mente, e il corpo allora può sganciarsi dagli schemi, trascendere e trovare una nuova via che prima non vedeva. Lo stesso maestro si preoccupa sempre di chiarire che “ogni parola si riferisce ad una tecnica concreta”. Ha ragione, ci sono troppi “principi” in giro che non si incarnano mai realmente in una pratica. 

Caveat emptor.

In Giappone, questo modo unico e profondamente vero, animale – non romantico – di comunicare è quello detto “da cuore a cuore”. E’ una modalità ancestrale, legato al cervello rettile (non proprio ma quasi, ci sono istinti naturali legati al DNA), diventa una comunicazione che trapassa gli strati e colpisce dentro. E’ legata alla comprensione della pancia, quando sappiamo subito se una cosa fa o non fa per noi, ma non è razionale. Sappiamo tutti che l’unicità della persona risiede nel suo cuore, dove la sua volontà di vita è racchiusa. Il cervello è un attrezzo, uno strumento molto raffinato, ma spesso è diventato prevalente, causa la chiusura del cuore. Se il cuore non viene ascoltato a causa della paura o della rabbia, il cervello decide lui il da farsi, e rimuove i problemi in un altro modo. Senza cuore non si può praticare. La pratica senza cuore non esiste.

Quando passiamo giornate come quella di sabato, stiamo tornando al cuore della pratica, che non si manifesta solo in forme o strutture, ma nella ricerca del movimento del principio e del principio nel movimento. Stiamo parlando di arti marziali – e qui ognuno ha le sue priorità. Ma la cosa principale, come mi ha spiegato un caro amico, è il principio educativo della pratica interna. Non dobbiamo solo cercare il combattimento, o solo il movimento, o solo l’aspetto educativo, o ancora il processo. Neijia è tutto questo insieme. Sun Lutang lo ribadiva in ogni scritto: serve a creare persone migliori. 

以心伝心
I shin den shin.
Da cuore a cuore