Acquavenice 2017

Quest’anno a inizio luglio interverrò ad una manifestazione che compie i suoi 32 anni dalla nascita, ad opera di una persona che ha fatto la storia del Taijiquan e del Qigong in Veneto, il caro amico Franco Mescola, scomparso poco tempo fa. Acquavenice è una bellissima realtà, creata in un contesto speciale come Venezia, dove Franco ha fatto convergere nel tempo vari insegnanti da tutta Europa, creando un nuovo polo per lo sviluppo di queste arti. La “zente” di Franco sta portando avanti la sua creatura con grande impegno, e per me partecipare è un grande piacere ed un modo di onorare la sua memoria.

Quest’anno l’evento si terrà a Pellestrina, la striscia di terra che separa la laguna veneziana dall’Adriatico, dal 29 giugno al 2 luglio 2017. Vi saranno altri insegnanti internazionali e saranno giornate piene e intense, dove davvero si crea l’atmosfera giusta per comunicare, lavorare sodo e divertirsi: gente che “ha da dare” si incontra con gente che “ha voglia di imparare”. Così me la descrisse Ronnie Robinson pochi anni fa, e così amo pensare ad un laboratorio dove praticare e crescere.

Come dicevo a Gillian, per me Venezia è una città e un modo di vivere speciale. Ci ho studiato, ci ho abitato, mi sono laureato, ci torno a bacari, ci porto gli amici, ci guido le persone che vengono a trovarmi, ogni volta che atterro a Tessera me la godo con gli occhi. Venezia è una mia seconda patria. Viaggiando molto per il mondo, in qualche modo ho sviluppato delle radici ancora più profonde nella laguna veneziana, mantengo il contatto sempre forte per non perdere l’identità. Conosco bene la sua storia, la sua geografia umana e sociale, la sua cultura semplice e schiva, le sue specialità strane, certi sentimenti lagunari unici di questo posto, che stanno a metà strada tra la nostalgia e il “caligo”.

Io stesso sono figlio della Veneticità (pur essendo vicentino), e spesso racconto scorci della storia di Venezia ai miei clienti o allievi in giro per il mondo, per far capire quale geniale spirito abbia ispirato per mille anni una Republica unica e irripetibile nel suo genere. Acquavenice per me è un modo di risentire tutto questo, e mi riempie di gioia andare a raccontare le mie quattro cose a persone cui sono vicino culturalmente.

Lavoreremo sul Baguazhang avvicinandolo dal suo punto principale, il cerchio e i passi. Tutto è scritto lì dentro, quindi andremo in profondità su come radicarci in movimento, e poi andremo a sperimentare il lavoro del Bozzolo di Seta del Baguazhang, ovvero come usare il corpo come una unica entità in maniera armonica, intensa e completa. Dal mio curriculum si evince che ho fatto molte esperienza non proprio “mistiche”, e che tendo ad ricercare la mia conferma nella applicabilità e nell’efficacia concreta dei movimenti che propongo. Questa è anche la garanzia per chi studia con me, che alla fine non avrà solo teoria, ma sana pratica e solidi principi utilizzabili.

In attesa dell’arrivo del caldo fine giugno 2017…

AQUAVENICE 2017
29-30 Giugno – 1-2 Luglio 2017
32° Seminario Internazionale di Tai Chi e Chi Kung
Villaggio Ca’ Roman – Isola di Pellestrina – Venezia

In punta di piedi

Se c’è una attitudine che ho sempre apprezzato nei miei insegnanti (quelli storici, con cui ho stretto un legame importante), era l’eleganza, l’umiltà e la leggerezza. Jou Tsung Hwa, Stefano Bellomi, Wang Qiang sono solo alcuni, ma erano tutte persone così, trasparenti, dirette, direi naturalmente eleganti. Non tutti possedevano tutte le qualità insieme, ma nel fondo ognuno aveva una visione e una serie di valori condivisibile e condivisa. C’era determinazione e coraggio, ma anche rispetto per gli altri, spazio per la crescita e un desiderio – non sempre chiaramente espresso – di vederti comunque volare con le tue ali, sviluppare le tue potenzialità.

Stefano Bellomi, la persona con cui sono cresciuto dai 15 ai 26 anni, sia dentro che fuori la palestra, aveva una straordinaria intelligenza istintiva, capiva cose che io razionalmente capivo solo dopo anni. La sua guida è stata una specie di proiezione, di lancio, la cui spinta propulsiva dura ancora oggi in me e nella mia motivazione. Una parte di lui vive ancora in tutto quello che faccio. Stefano come me non amava la “sportivizzazione” delle arti marziali, e nonostante i poderosi scambi di calci e pugni che ci scambiavamo quotidianamente (come credo tutti più o meno facessimo negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo), avevamo un codice di rispetto anche nei confronti dei nuovi e dei vecchi della scuola. C’era un rispetto intrinseco delle cose, delle persone, dei miti, che venivano rispettati e presi a modello. Certe sensazioni sono rimaste dentro per sempre, le porto con me.

“Gli insegnanti servono a semplificare il percorso agli allievi”, diceva uno dei miei insegnanti, servono a indicarti le buche o i rovi da evitare e le deviazioni da non prendere, dove avresti perso tempo. Non sempre si poteva evitare, ma almeno i ragazzi erano avvisati, e mantenevano per gli insegnanti un senso di gratitudine. Stefano aveva un sistema “giroscopico” interno di buon senso: nonostante tutto non lo perdeva mai, anche quando aveva molte palestre e contemporaneamente studiava e massaggiava e ne faceva mille insieme. Quando vide i primi combattimenti di Sanda, scosse la testa, perchè capiva che stavamo andando in una nuova direzione, che era già lontana da quella tradizionale, dei suoi insegnanti, della sua storia personale. Ma tant’è, la storia ci insegna che non possiamo fermare il mondo, al massimo possiamo decidere se salirci in groppa o lasciarlo andare.

Oggi sento tanto la mancanza di Stefano e della sua eleganza. Wang Qiang aveva una visione ampia, perché aveva praticato Baguazhang e stili esterni, prima di cominciare Dachenquan con Wang Xuanjie, e nella sua posizione di ricercatore dell’università aveva buoni contatti. Anche  lui era elegante: una mattina, scendendo per l’allenamento, guardando il mio abito mi chiese: l’ha fatto tua madre? Risposi di sì, era vero, e lui tutto contento: come in Cina!!! Lui in cambio vestiva in camicia, pantaloni con la riga e mocassini, pura foggia occidentale, in un mutuo scambio di posizioni di rispetto nelle rispettive culture.

Master Jou era una persona decisamente vitale e felice, quando era in compagnia, e aveva  il dono di far sorridere sempre. Per lui l’arte marziale era stata una benedizione di tarda età e l’aveva proiettato in nuove dimensioni della conoscenza e della sua astrazione matematica. Non conosceva stanchezza e non poneva limiti. Aveva solo le idee molto chiare e ribadiva la sua visione, con ottimi argomenti. Sempre in punta di penna, sempre con l’evidenza delle prove.

Mi mancano, i tempi dell’eleganza. Mi piace l’idea – sempre e comunque – di passare in punta di piedi, e in un mondo che urla le sue idee strampalate, stimo chi comunque mantiene la sua eleganza e lo fa, per suo conto, coscienziosamente, liberamente, e prosegue il suo cammino senza fare rumore. Chi regala felicità e sa dare la sua amicizia in genere possiede questa attitudine. Se mai dovessi insegnare queste ultime lezioni di Baguazhang, una sicuramente sarebbe dedicata a come vivere il Baguazhang con profondità, con intensità e, certo, con eleganza.

Roma

Salta il raduno nazionale Fiwuk organizzato a Roma per il prossimo fine settimana (25 e 26 febbraio 2017), e così niente di meglio che confermare comunque la nostra voglia di fare e la nostra reattività. Infatti sabato e domenica saremo comunque a Roma per un incontro interno del Baguazhang Group e studieremo per bene tutti insieme la forma di spada, e avremo modo di scambiare idee, parlare, discutere, pianificare il nostro futuro. E’ sempre una bella occasione quando ci si riesce a trovare tutti.

Nel frattempo la nostra attività interna del gruppo Ziran prosegue tra varie defezioni momentanee, dovute chiaramente anche agli imprevisti e ai piccoli intoppi quotidiani. Il primo anno sta delineandosi nella pratica e cominciano ad emergere le necessità del gruppo, e per questo abbiamo dedicato una lezione intera sul cerchio, passi, cambi singolo e doppio, otto palmi e doppio cerchio. La cosa bella è sempre la qualità della pratica, il contributo che ognuno porta negli incontri, e le quattro ore che volano via senza che ci sia neanche il tempo di fermarsi e di parlare: tecnica, teoria, applicazione, lavoro, esercizio, principi, discussione, tutto si svolge insieme come in un laboratorio, una fucina, dove si cava il meglio da ognuno per rendere il tutto ancora più bello.

Sto dandomi da fare per mettere nero su bianco (ma anche in tanti video, che man mano stanno facendo crescere la collezione a disposizione di chi ne ha bisogno a livello interno) le tante cose che servono per comporre il puzzle del Baguazhang. Mi domando sempre come si fa a praticare il Baguazhang nelle forme, ma si vede che sono molto più bravi di noi, che stiamo sempre a riattaccare dal cerchio e dai passi 🙂

Finalmente anche passato il punto critico del Rushou – Tuishou col terzo anno, quindi da adesso in poi non ci sono più scuse, un bel video di 15 minuti sul Rushou dovrebbe fugare tutti i dubbi e so che a Modena stanno dandosi da fare per inserire questo metodo di allenamento in modo sistematico, che insieme al resto del lavoro dovrebbe cominciare a breve a creare nuove braccia. Presto andremo a trovare Massimo a Oderzo per dargli una mano a partire con i corsi di Baguazhang e a diffondere il metodo.

La primavera sta pian piano apparendo, la stiamo tutti aspettando.
Buona pratica

Le tre Tigri del Baguazhang


“Per pregare 
ai piedi del Buddha 
bisogna superare 
i Guardiani della Porta”

Andando incontro al desiderio del nostro fratello Yuri, ormai prossimo alla conclusione del terzo anno di studio di Baguazhang, a fine stage abbiamo scattato questa foto anni ’70, modello “I tre dell’Operazione Drago”. Sì, noi piccole tigri ci divertiamo un sacco praticando, e siamo liberi nel lavoro che facciamo, perchè il nostro fine non è di replicare soltanto i movimenti della tradizione, di altri maestri, cosa che facciamo con grande rispetto e al meglio della nostra conoscenza, sempre in evoluzione. Abbiamo il desiderio di rendere questi insegnamenti e questa pratica vivi e forti, e di sentire dentro di noi che la pratica ci insegna ad essere efficaci e pratici. L’arte – qualsiasi arte – non è pedissequa ripetizione, è costante evoluzione, piaccia o non piaccia.

Vorrei ringraziare tutte le persone che negli anni mi hanno spronato a fare sempre meglio, quelle secondo le quali “questo non è Baguazhang”, come gli scienziati che non sopportano l’idea che un calabrone possa volare perchè ha le ali troppo piccole. Perchè mi fanno sentire ancora più vivo e vero, e soprattutto in ottima compagnia. Dopo trent’anni di esperienza in Europa e America, tra i maestri e le scuole che hanno dimostrato la loro efficacia in combattimento, anche da strada, almeno due (a cui sono molto vicino) sono state accusate della stessa cosa: non fanno Taiji vero, non è una vera arte, non hanno discendenza, etc. Mi sento davvero bene!

Lascio al piacere di chi pratica l’augurio di sapersi guardare attorno, di restare aperti mentalmente e di rendere viva la loro pratica, per non cadere nelle trappole del blabla chattifero mortale dei “guerrieri su carrozzina a rotelle”, come Dan Docherty definì giustamente anni fa chi scrive nei forum ma non sa mettere insieme due movimenti.

Il segreto? Non ci sono segreti (Kungfu Panda?). Praticare, praticare, praticare. Prendi le scarpe e scendi in cortile. Noi andiamo avanti.

Tre anni

Sono ormai passati tre anni e qualche mese da quando ricevetti una telefonata da Modena, in cui mi si chiedeva di poter “imparare il Bagua in tre lezioni”, più o meno. La prima risposta fu quella di chiedere all’interlocutore un prolungamento dei corsi almeno fino a cinque lezioni, in modo da capire e poter sentire realmente gli effetti di questa arte. Quando le prime cinque lezioni furono passate, ci fermammo a discutere che sì, andava tutto bene, ma si poteva fare meglio, e arrivare “almeno” a otto lezioni e completare un ciclo. Visto che tutto era andato bene, e che il metodo era piaciuto per la sua coerenza e la sua chiarezza, la risposta fu positiva.

Tre anni fa. Oggi posso dire che con Yuri Debbi e Monica Montecchi si sono realizzate molte potenzialità, grazie al fatto che essere buoni allievi costa fatica quanto essere buoni insegnanti. E per loro ci siamo fatti in due, Sergio ed io, per passare il massimo di stimoli e di conoscenza teorica e pratica. Ci vuole una disponibilità e un impegno non indifferenti per cercare sempre una comunicazione – specie all’inizio quando tutto sembra strano, ma anche nel mezzo perchè il programma sembra infinito. Alla fine, quando ci si avvicina alla fine del programma tecnico, le difficoltà sono ancora una volta diverse ma sempre quelle: ci si rende conto che non basta la tecnica, anzi… la tecnica quasi quasi è solo il punto di partenza. Occorre che la tecnica diventi istinto, spontaneità, risposta immediata e collaudata da molti incontri.

Tre anni per imparare la tecnica. Se avessi detto all’inizio a Yuri che erano tre anni, di sicuro non saremmo qui oggi a lavorare. Una “omissione di informazione” usata a fin di bene. E’ così facile non riuscire a portare a termine le cose, abbiamo mille giustissimi motivi e scuse sempre a disposizione, perchè la vita non è così semplice in effetti. Ma Yuri e Monica ci hanno dato dentro, e si sono dati da fare sempre per stare al passo, per fare domande, per praticare con consapevolezza. Hanno saputo fare scelte importanti. Tre anni per trovare un buon maestro, tre anni per trovare un buon allievo, si dice. Già, è così che è andata, e ancora mi piace pensare che per primi sono riusciti a portare a termine una sfida di trasformazione.

Sabato mattina 11 febbraio ci vediamo a Caldogno alle 9 per il nostro prossimo incontro.