L’eredità di Ronnie Robinson

Ieri sera al parco ero da solo, ma mi portavo dietro la presenza di Ronnie Robinson. Per tutto l’allenamento continuavano a riemergere momenti della nostra amicizia, pensieri, ricordi. Ronnie ha fatto quello che ogni educatore dovrebbe fare: ha saputo dare opportunità ai suoi amici e allievi, parlare di possibilità, aprire potenzialità. Ha seminato in ognuno di noi i semi della crescita personale, come una bomba a orologeria. Non occorre che siano cose reali, anzi è più importante la qualità dello stimolo, dell’intenzione. Educare significa dare le ali agli altri, non allargare le proprie.

Seminare uno spirito positivo di “yes you can”, dovunque tu vada, chiunque tu incontri, e quando le cose non vanno bene, va bene lo stesso, abbiamo imparato ad essere più stabili, e non solo in Zhan Zhuang. E’ un grande esercizio per il proprio ego. Davvero i cinesi l’avevano vista lunga: “quando arriva il grande vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri, e c’è chi costruisce mulini a vento”. L’unico obiettivo per certi è di tenere stretti stretti a se’ gli allievi, creare dipendenza, così come loro dipendono da loro, e così si creano nuove generazioni di insegnanti chiusi, timorosi, afflitti da incapacità al confronto.
Ronnie ha lavorato con passione sempre, per 21 anni ha sempre avuto un motore acceso dentro con il quale voleva che il mondo fosse coinvolto, condiviso, messo insieme. Gente di Oriente e Occidente, maestri e principianti, guerrieri e pacifisti, apocalittici e integrati, tutti si sono messi in gioco e hanno approfittato della grande piattaforma di Tai Chi Caledonia, senza rendersi conto che stavano facendo il gioco di Ronnie: rendiamo possibile l’impossibile, facciamo dialogare gli opposti, armonizziamo.
Ieri sera (e adesso vado a continuare il lavoro) ho approfondito ancora il lavoro dei Nove Palazzi, il livello che tra poco passerò ai ragazzi del terzo anno, ed ho avuto una serie di epifanie che credo derivassero da Ronnie. Almeno questa è la sensazione che ho avuto, altrimenti non posso spiegare come sia avvenuto. Se educhiamo la mente e lo spirito ad essere e restare aperto, disponibile, nonostante i venti contrari e le burrasche, arriva una ricompensa. E’ una ricompensa sottile, ma solida e duratura. Si chiama crescita. 
Grazie Ronnie

Inclusione

Stamattina stavo praticando il palmo del Serpente, ne stavo studiando le varianti e le evoluzioni secondo il metodo del livello Youshen, e all’improvviso mi sono ritrovato a praticare la sequenza completa dell’ottavo cambio di Jiang Rongquiao. Che bellezza! Senza nessuna fatica, il mio spirito ha cominciato a muoversi secondo quella sequenza. Mi sono messo a ridere e ho riconosciuto che il mio corpo e la mia mente erano più intelligenti di me, e ricordavano qualcosa che anni e anni fa avevo imparato e avevo dimenticato. Io avevo dimenticato, ma loro no 🙂 loro hanno integrato la mia esperienza del passato e l’hanno allegata al presente. Un esempio tipico di inclusione, di integrazione dell’esperienza, di come il nostro modo di essere, se solo glielo permettiamo, ci aiuta continuamente a diventare migliori.

Questo è un tema che mi sta molto a cuore. Includere, accogliere, integrare è una caratteristica tipicamente “femminile”. Molto “maschile” invece è il fatto di distinguere, separare. Per anni ho conosciuto maestri e insegnanti nei percorsi marziali che individuavano chiaramente le differenze tra l’uno e l’altro, tra un metodo e l’altro, tra un principio e l’altro. Ognuno aveva la Verità, e ognuno doveva correggere i dettagli in modo diverso. Quello che avevi già fatto con altri non andava mai bene. neppure se due persone avevano studiato con lo stesso insegnante.

L’inclusione comincia nella pratica. Tutto quello che facciamo concorre a costruire la nostra esperienza. Se pensiamo di poter tenere separate le qualità che sviluppiamo praticando diversi sistemi, ci stiamo raccontando una storia. L’integrazione delle esperienze è ciò che ci rende grandi e aumenta la possibilità di sopravvivenza. Se ho esperienza di lotta, questa emergerà nella mia pratica e andrà integrata. Baguazhang è uno stile di inclusione, se lo sappiamo vedere bene nella sua anima, e se non ci fermiamo troppo a guardare le differenze di ogni insegnante.

Cosa hanno in comune Jou Tsung Hwa, Wang Xiangzhai, Sun Lutang ad esempio (ma di sicuro anche molti altri)? Che tutti hanno insegnato, predicato, praticato e scritto di Inclusione. Sun è stato il primo a scriverne, parlando di Taiji, Bagua e Xingyi come di una sola famiglia. Wang Xiangzhai ha scritto su interviste e libri che se vogliamo preservare la qualità della pratica marziale dobbiamo ricercare e guardare alle cose che uniscono i diversi sistemi di combattimento, e non ciò che separa. Master Jou ha fatto della sua vita un esempio di inclusione. Lo ricordo a Winchester nel 1998 dove condivideva con tutti la sua ricchezza, accettava l’esperienza di tutti, anche quelli dal curriculum meno brillante, ed era sempre concentrato su ciò che di buono veniva da ogni esperienza.

Quando insegno Bagua, faccio sempre riferimento alle esperienze precedenti che ogni praticante ha. La cosa bella è che non c’è mai niente di sbagliato nell’esperienza di una persona, e il Bagua ha la capacità di raccogliere, riunire, integrare e includere tutto quanto il corpo di quella persona ha imparato. Non occorre denigrare o dimenticare quello che si è fatto prima, anzi! Costituisce una straordinaria ricchezza, e anche parte del carattere che una persona si è costruita negli anni. Se prendiamo la forza da tutte le parti che compongono una persona, abbiamo un risultato migliore.

Inclusione è prendere ciò che unisce e accogliere tutto, quindi guardare al lato luminoso della vita e della esperienza. Se perdiamo di vista il quadro d’insieme, rischiamo di perderci nei dettagli, e cercare le cose nei posti sbagliati. Quando andavo a insegnare Baguazhang a Pula in Croazia, i ragazzi mi dicevano che finalmente capivano il senso della loro pratica precedente nel Kempo. Per anni ho insegnato in Francia, Inghilterra, Germania, e il Baguazhang era quasi sconosciuto. Ma tutti ne ricavavano un lavoro utile per la loro pratica, che venissero dal Taijiquan, dallo Shaolin o dalla lotta.

Includere significa anche accogliere chi non ha mai fatto nulla e farli entrare nel cerchio. Ogni cerchio è giusto, qualsiasi cosa facciamo. Poi si tratta di dare gli strumenti perchè ognuno possa crescere e trovare quello che gli serve. Meno ego e più servizio. E’ un concetto che sta alla base di ogni crescita spirituale. Investire in perdita, capire le lezioni, trasformare. Inclusione significa non avere paura e avere fiducia nelle persone e nella vita. Inclusione è una chiave per capire cosa c’è dentro alle cose. Presto capirete che poche cose danno origine alle Diecimila cose, che davvero il mondo è un magnifico esempio di cosa Yin e Yang riescano a produrre.

Non perdete l’opportunità 🙂 mai.

Destrutturazione

Sergio e Luigi… un dialogo daoista?

Un gruppo di Fenici in volo

Sewan, la nostra mascotte

Hana, una grande volontà

Massimo, un educatore nato

Fabio, voglia di capire

Fabrizio e Massimo, qualità umana eccellente

Fabrizio, un’altra anima in crescita

Ieri sabato 1 ottobre abbiamo ripreso gli allenamenti di Baguazhang e questa volta ci siamo trovati davvero in tanti, più di una decina, a camminare in cerchio. E’ stata una bellissima mattinata di lavoro e tutti mi sono sembrati piacevolmente stupiti dal lavoro circolare, soprattutto coloro che hanno partecipato per la prima volta.

Dovendo gestire diversi livelli di conoscenza, dai più avanzati ai principianti, la lezione è stata un po’ diversificata rispetto al solito, quindi meno intensa e tecnica del previsto, e più diffusa e adatta alla situazione. Nella fase finale dell’incontro, dopo aver visto la postura, i passi, i cambi, alcuni esercizi di base e gli otto palmi base, abbiamo cercato di metabolizzare razionalmente il lavoro fatto dentro di noi. Ognuno ha dato il proprio contributo, e in effetti tutti hanno scoperto che “lavoro interno” significa lavorare dentro di sé per armonizzare la forza di gravita e l’equilibrio per gestire bene il rapporto con la terra.
Se consideriamo la differenza tra il nostro modo di praticare il Baguazhang e quello che vediamo in giro, viene da domandarsi: perché noi non studiamo e pratichiamo forme? Perché ogni volta ritorniamo quasi maniacalmente a questi benedetti otto palmi, sulla struttura, sui passi e sulla connessione, sulle catene cinetiche e sui principi di Song, Man, Lian eccetera? 
La risposta è racchiusa in una parola: destrutturazione. Dobbiamo destrutturare, scombinare, andare a riconoscere i meccanismi sottili che ci legano al movimento, renderli precisi e connessi, e col tempo il corpo acquisirà la qualità necessarie perchè il movimento sia completo e pieno. Possiamo praticare per anni senza mai andare a vedere nel profondo un singolo movimento. Una forma racchiude centinaia di principi e di movimenti, occorre fermarsi a riconoscerli destrutturando.
Un altro concetto importante è quello del laboratorio. Ogni volta che pratichiamo, vedo persone che partono dall’esercizio assegnato e cominciano ad elaborare, a creare, a cercare nuovi movimenti, che si ascoltano e si mettono in discussione. Questo credo sia un’altra cosa importante: lasciare la libertà ad ogni persona di ascoltare il proprio interiore per scoprire come dentro si sente e come il suo corpo risponde al movimento. 
Certo, questo processo chiede a volte più tempo che non imparare una sequenza di movimenti. Ma da sempre preferisco dare priorità alla qualità del corpo e del movimento che non alla forma. C’è meno da dimostrare in pubblico, è vero, ma un occhio esperto vede con piacere che nel tempo la qualità del movimento migliora, si asciuga, si adatta, si armonizza, è completo. Io stesso ho constatato che nonostante la pausa estiva, alcune persone sono tornate a muoversi in un modo diverso, più completo e connesso, in modo naturale. Per me è una grande soddisfazione vedere la crescita.
Spesso uso paragoni culinari per la nostra pratica: la cucina è esattamente l’ambiente alchemico per eccellenza, dove sostanze vengono trasformate per diventare nutrimento, piacere, e momento di crescita personale. Tutti i buoni praticanti di  Baguazhang amano mangiare e bere bene, apprezzano il sottile, quello che in medicina cinese si chiama “mangiare con il cuore”. Uno dei paragoni è quello della zuppa o della minestra: nella nostra minestra, che cuoce dentro la pentola, c’è ancora molta acqua, la qualità del cibo è ancora dispersa, troppo allungata. Se lavoriamo abbastanza, il calore del fuoco farà evaporare l’acqua in eccesso e cucinerà le verdure, e alla fine avremo un cibo buono e nutriente.
Grazie a tutti i ragazzi e ragazze che vengono a praticare con noi da Trieste a Chiavari, da Oderzo a Vicenza, dalla repubblica Ceca alla Corea. Per me e Sergio è sempre un piacere vedere lo spirito con cui ognuno di voi si avvicina alla pratica e la fa diventare sua. Grazie per il tempo, le energie, i chilometri, la buona volontà, la passione che ci mettete. Noi siamo felici di avervi con noi e speriamo che possiate portare a casa non solo la tecnica e la qualità del Baguazhang, ma anche il sorriso e la serenità di una pratica piena, profonda, felice.
Al 30 ottobre!