Cheng Ming Neijia Campus

Domani si parte.
Saranno sei giorni intensi, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino.
Non ho voglia di preparare lo zaino, lo farò domattina, ma lo spirito è già entrato nel suo stato migliore.
Lavoro, sudore, impegno, presenza, consapevolezza, intenzione, raffinamento, comprensione.
Parto leggero, il silenzio sarà un compagno prezioso per rallentare e approfondire i solchi.
Ho letto i report di altri Campus di stili interni, è la stagione giusta.
Noto differenze incredibili tra un Campus e l’altro, non solo nella materia insegnata, nei contenuti, ma anche nella intenzione e nella reale conoscenza dell’insegnante.
Davanti a certi Campus mi inchino, vorrei avervi partecipato.
Davanti ad altri, sorrido e vado avanti.
Il mio sarà un campus eccezionale.
Poi, alla fine, tutto è impermanente, quindi perchè preoccuparsi?
I miei ragazzi li porto via con me nello zaino.
Grazie Laura.
Un abbraccio,
Luigi

(Nella foto, la mia palestra, ieri sera sotto la pioggia, e il sole che spunta)

Minimalismo funzionale

La vita ti presenta regolarmente occasioni per rivedere la pratica e le convinzioni su cui si basa. Un’occasione è arrivata con la visita di Angelo da Roma, con il quale mi sono rivisto di recente in occasione del “Baguazhang Day” e che adesso è venuto a trovarmi a Vicenza. Un grande piacere, soprattutto perchè gli amici si confermano sempre le persone con cui stai bene, anche dopo molti anni.

L’occasione per rivedere la mia pratica è arrivata con i filmati che Angelo mi ha portato. Filmati del 2002 a Roma dell’ultimo nostro seminario, messi a confronto con i filmati fatti ieri per passare memoria del movimento ad Angelo. Il confronto viene spontaneo, e si colgono sempre molti elementi interessanti, che portano a delle riflessioni sul metodo.

Dal 2002 ad oggi ho praticato una progressiva semplificazione nella pratica, ho ridotto la quantità di movimenti, di varianti, di gestualità che non avessero diretta e concreta attinenza con l’arte marziale. Lo scopo era di lasciare solo la struttura nuda ed essenziale, per armonizzarla con i principi interni e non rischiare di perdermi in movimenti fioriti, non utili o non compresi sino in fondo.

Sun Lutang appartiene alla generazione di maestri che hanno visto il Regno di Mezzo prima della rivoluzione. Lui come Fu Chengsun, Liu Yunchiao, Wang Shuchin ad esempio, hanno avuto una visione e una pratica del Baguazhang diversa, più squadrata forse, ma precisa e effettiva, non ancora modificata per altre necessità, e quindi legata alla concretezza dell’arte marziale.

Così oggi mi rivedo nei filmati di un tempo, e trovo un bel movimento, ricco, figlio di tutte le esperienze che avevo fatto fino ad allora. Guardo i filmati di ieri, e vedo un movimento semplice. Niente altri aggettivi, ma ci tengo a sottolineare che semplice non vuol dire facile. La soddisfazione è di sapere che ogni movimento di quella pratica per me ha un significato preciso, e che nulla è lasciato al caso.

Ricordo quante volte mi sono trovato a dimostrare Baguazhang accanto ad altri maestri, e percepivo il peso della mia scelta di fare e di presentare cose semplici. E’ molto più facile e accattivante mostrare movimenti brillanti, scenici, con qualche prestito dall’opera cinese o dal Wushu moderno. Belli ma lontani dai principi. Dall’altro canto, oggi ho riassunto i principi del Baguazhang in poco più di una manciata di elementi, e questo permette all’arte di essere trasmessa chiaramente, senza ulteriori abbellimenti.

Resto fedele alla semplicità e a quello che si può applicare con un avversario scaltro e in movimento, con o senza armi, non per la gentilezza di chi sta fermo davanti a noi con un pugno ad aspettarci. Baguazhang ha dentro di sè una dialettica continua tra Cielo Anteriore e Cielo Posteriore, e i due mondi separati si fondono nel corpo e nella esperienza del praticante. Il Cielo Anteriore forma il corpo e lo spirito, il Cielo Posteriore forma l’intenzione e l’applicazione. Mescolare i due per abitudine rende mediocre il tutto.

La forma costruisce il corpo, in coppia si verifica, rispettare i principi ci protegge dallo sbagliare strada, e poi si torna al lavoro da soli per correggere e migliorare in coppia o con più avversari. Il confronto sereno e leale con altri metodi allarga la comprensione e elimina il superfluo. E’ un processo senza fine, dove i peggiori consiglieri sono la fretta, l’orgoglio e la presunzione, tutti figli della paura. Baguazhang è un processo che coinvolge l’intera persona in un cambiamento, non solo un modo di muoversi.

Incontri giugno e luglio




Incontri aperti informali

Durante i mesi di giugno e luglio (forse qualcosa anche in agosto), si tengono allenamenti aperti informali la mattina dalle 6 alle 7 e la sera dalle 19 alle 20 al parco di via Puccini a Caldogno. Chi è interessato può richiedere informazioni sulle serate in cui ci alleniamo con una e-mail, sarà un piacere allenarci insieme.

Incontri di formazione programmati

– Sabato 28 giugno: avremo la visita del maestro Angelo Coluzzi da Roma, che resterà una giornata (vediamo se riusciamo a strappargli anche mezza domenica) per rivedere il programma di Sun Shi Baguazhang, con una particolare attenzione ai basics del Roushou. Angelo è un amico da molti anni, uno dei primi allievi esterni insieme a sifu Andrea Valente, che studiarono Baguazhang con me a Roma. Sarà un grande piacere rivederlo e lavorarci insieme. Chi vuole partecipare per ripassare il programma può unirsi a noi.

– Sabato 12 luglio: quinto incontro di formazione di Sun Shi Baguazhang. Stiamo completando la sequenza degli elementi di base del Baguazhang, e con Yuri e Monica siamo arrivati al lavoro con il partner, Roushou. Faremo una revisione del lavoro precedente, dove magari ancora qualche dubbio va risolto, e poi ci dedicheremo allo scambio di braccia e di movimenti del corpo per capire come organizzare difesa e attacco insieme in questo metodo. Chi volesse unirsi a noi per lavorare e offrire le sue braccia, è benvenuto.

Il senso della Forma

Di recente sono tornato sul banco di scuola e studio cose nuove. E’ come andare in bicicletta, è una abitudine utile sotto infiniti punti di vista, non ultimo di tenere il cervello e il corpo allenati a cambiare logica, quindi a restare plastici e capaci di rigenerarsi. Studiare e imparare sono le chiavi per non smettere mai di crescere.

Certo, dal banco di scuola le cose si vedono diversamente che dalla cattedra. Si ritorna a cercare di capire, a farsi domande, a dover superare momenti di difficoltà, di incertezza, si rimette un po’ tutto in discussione. Siamo bimbi in cerca di nutrimento. In questo processo di ritorno dietro ai banchi, una delle cose più importanti per me è stato capire l’importanza della forma e come va vissuta.
La forma è sempre stata vista come una cosa da imparare, da sapere, da praticare, da far vedere. Punto. La forma è un qualcosa di esterno, che va imparato come impariamo tante cose, ma resta un corpo estraneo, c’è un tempo in cui faccio la forma e uno in cui vivo normalmente. Finisce per essere un mondo chiuso: comincio e finisco la forma, poi faccio altre cose. Nei casi migliori, si pratica talmente tanto la forma che alla fine diventa un po’ un’abitudine, ma spesso finisce lì. Non c’è una reale interazione tra quello che ho imparato e il mio modo di essere.
Tornato dietro ai banchi, mi sono accorto (grazie all’esperienza di oggi, chiaramente) che lo scopo della forma non è di “registrare” la forma nella nostra testa, nelle nostre braccia, nel nostro corpo, ma di “entrare” noi stessi “dentro” la forma come se entrassimo nel mare, cioè di rinunciare a noi stessi (Wang Wuo) per fare in modo che il nostro corpo e la nostra mente diventino mare, diventino Taijiquan, ad esempio.
Questo “incarnarsi” della pratica richiede un atteggiamento molto proattivo, vivo, interessato, curioso verso la pratica. Non si può restare esterni al movimento, cioè mantenere un distacco mentale, una separazione tra Io e Forma. Lo sa bene chi tira pugni, il pugno diventa un modo naturale di esprimere un istinto, una emozione, non ci può essere spaccatura tra persona e pugno. Quando nuoti, o nuoti, o affoghi. 
Quando impari a guidare la macchina, il pensiero di dover fare una cosa o l’altra è un grande impedimento alla fluidità del processo. Quando acquisisci l’abitudine, tutto avviene naturalmente ed hai anche il tempo di cambiare musica, parlare dal cellulare e cercare un documento in borsa. Non si fa, ma si fa.
“Entrare” nella forma significa acquisirne le caratteristiche, fisiche, mentali, psicologiche. E’ un percorso intenso, che richiede istruzioni dettagliate da parte dell’insegnante, un metodo chiaro e preciso e valido, e un atteggiamento intento, dedicato e analitico dell’allievo. E’ un punto d’incontro dove tutti quanti mettono molta energia e intenzione. Non funziona andare a traino, è una scelta precisa. Per questo il detto: tre anni per trovare un buon maestro, tre anni per trovare un buon allievo.
L’energia dell’insegnante deve essere precisa, chiara e forte, ma anche calibrata sul momento e su quello che l’allievo può capire. Non si può far mangiare un pollo farcito a un bimbo di sei mesi, ma senza nutrirlo, il bimbo muore. L’intenzione è di andare verso l’allievo.
L’energia dell’allievo deve essere dedita, chiara e flessibile, deve adattarsi a ciò che arriva, con una consapevolezza che non capirà tutto quello che sta facendo, ma ha fiducia e si lascia nutrire. L’intenzione è di andare verso l’insegnante.
L’energia della forma, che passa attraverso l’insegnante, è una energia che riguarda gli antenati, le persone che hanno tramandato questo patrimonio. Ogni passaggio ha dato origine ad una modifica, ad un cambiamento, ad una impronta “genetica” sulla forma. La discendenza è quindi importante per avere una qualità meno alterata dei principi. Anche la qualità umana della persona depone a favore (ma non è sufficiente) di una trasmissione libera da modifiche gravi o deleterie. L’intenzione della forma è neutra, dipende come viene trasmessa e come viene imparata, dalle intenzioni e dalle attitudini dell’interazione.
La cultura giapponese definisce con quel “da cuore a cuore” una trasmissione che altrimenti è impossibile riassumere. Nell’apprendimento risiede il cuore vero della qualità della pratica. Ciò che faremo, tutto ciò che applicheremo dopo dipende dalla sincerità e dall’intelligenza con cui ci siamo messi in gioco nel momento dello studio e del rapporto con l’insegnante. I rapporti non sono mai facili, ma l’essere umano vive di rapporti e relazioni.
Tutta la nostra giornata, tutti i nostri movimenti piano piano diventano Taiji. Questo è ciò che ho capito rimettendomi dietro i banchi di scuola, e trovo che sia davvero utile, perchè sono contento di quello che vedo. Quando ciò che penso, ciò che dico e ciò che faccio sono in armonia, allora sono felice. In fondo Taijiquan è questo.