Il Maestro della Montagna

Raccontavo stasera al telefono ad un amico marzialista tedesco, il buon Andreas Engelhardt, che quando vado in montagna per camminare lunghe ore perso in mezzo ai boschi, ho la sensazione di essere a contatto con un maestro speciale, che io chiamo il Maestro della Montagna.

Molte volte sono stato ispirato a riflessioni profonde dalle lunghe camminate nei boschi dell’altopiano di Asiago, ad esempio, ma anche in Ahrntal, sulle Alpi svizzere, sugli Appennini, nelle Alpi austriache, dove c’è fatica, sudore, camminare e silenzio, la forza guaritrice della Natura opera i suoi quotidiani miracoli.

Già solo l’ascolto degli uccelli, della pioggia, del vento tra i pini, dei passi nel sottobosco aiutano a sentirsi bene, in un posto dove si è in rapporto diretto con il mondo.

Le intuizioni più belle, i pensieri più grandi, la sensazione di essere e di sentirmi vivo lo devo alla montagna e ai suoi maestri. Capisco alcuni amici, che da anni tornano nel Wudang per andare a trovare anziani solitari esperti di pratiche daoiste. Il camminare, il progredire è già parte della pratica e del risultato.

Poi, sfogliando il mio album di foto, ritrovo un volto di un gigante che sta a guardia della Val d’Astico, l’Altar Knotto. Ve lo dedico, sperando che anche voi possiate sviluppare la pratica interna di alchimia dell’ascolto del Maestro della Montagna.

Sun Shi Baguazhang 4

Il mattino di sabato 24 maggio ci troveremo per il quarto incontro sul Baguazhang di Sun Lutang nel nostro solito amato parco, confidando nel buon tempo, e praticheremo il quarto aspetto fondamentale del Baguazhang: gli esercizi di preparazione del movimento, detti anche Jibengong.

Negli incontri precedenti abbiamo visto il cerchio e i passi, gli otto palmi, i cambi singolo e doppio, costruendo quindi una solida base a tre gambe, sulla quale un praticante di arti marziali può cominciare a costruire la sua abilità. Già solo il camminare in cerchio in modo corretto insegna al corpo a mutare modalità di movimento. Gli esercizi preparatori insegnano ancor meglio al corpo come acquisire la qualità della schiena del drago, cioè del Chan Si Jin, la qualità del bozzolo di seta.

Ogni scuola ha i suoi propri esercizi, che contengono elementi necessari per la comprensione del movimento di tutto il corpo. Anche qui andremo al minimo possibile, per mantenere la focalizzazione, e scopriremo come dal piccolo si sviluppano le diecimila cose.

Invito tutti gli amici di Ziran a fare un salto sabato 24 maggio per praticare questi piccoli esercizi, così importanti e così belli.

Gli insegnamenti di Jou Tsung Hwa

Come lo stesso Grandmaster Jou ammetteva tranquillamente, solo nell’ultima decade della sua vita, specie negli ultimi anni, cominciò a fare autentici progressi nel Taijiquan. Da buon studioso dedicato, prese i classici come fonte primaria di studio. Infatti spesso diceva che il suo maestro era Zhang San Feng, riferendosi al leggendario fondatore del Taijiquan. In aggiunta ai classici, Grandmaster Jou aveva investito molto tempo studiando ogni testo antico, originale o riproduzione, che parlasse di taiji, qigong, meditazione o pratiche daoiste sull’energia.
Fece rivivere sistemi di pratica dimenticati e prese in prestito esercizi da altre discipline marziali , rivestendole degli attributi interni finché non diventavano un altro esercizio interno. Sviluppò sistemi di pratica nuovi ed unici, tutti intesi a portare verso nuovi progressi nel Taijiquan. Molti di questi sistemi li condivideva apertamente con tutti i suoi studenti. Altri, quelli più avanzati, li teneva da parte, non per un atto di segretezza ma semplicemente perché richiedevano un livello minimo di avanzamento che pochi raggiungevano. Comunque  condivideva liberamente un ampio campo di conoscenza e dava – a chiunque li potesse capire –  gli strumenti per impadronirsi dell’arte del taiji.
Le sue teorie erano semplici, ma a volte controverse. La pratica del taiji doveva seguire l’evoluzione dell’arte. La forma (o le forme) Chen dovevano sempre essere studiate per prime, i loro principi compresi e acquisiti. Solo allora poteva essere studiata la forma Yang, perché solo passando dal Chen la Yang poteva essere realmente compresa. Lo stadio finale dell’evoluzione era espresso nella forma Wu/Hao, che interiorizzava i principi fino a renderli sottili nuance. Oltre si andava verso un metodo puramente mentale. Queste, le “quattro forme classiche”, come lui le considerava, comprendevano il cuore dello studio e dell’insegnamento del suo taiji.
Allo stesso tempo non nascondeva quello che pensava delle forme al di fuori di queste quattro. La forma di Wu Jianquan era un derivato meno avanzato della forma Yang. La forma Sun era una ridondante mistura delle tre arti interne. Le forme con le armi erano spesso insegnate troppo presto nell’educazione di uno studente di taiji — una perdita di tempo che poteva essere spesa con migliori risultati nella pratica e nella comprensione dei principi. Tutte le altre varianti erano semplicemente una distrazione dall’originale.
Grandmaster Jou approcciava lo studio e l’insegnamento del taiji in maniera olistica, cioè insegnava tutti I suoi aspetti: come arte marziale, come pratica spirituale, come filosofia, etc. Disapprovava quelli che insegnavano l’arte in maniera frammentata. Insegnata diligentemente, lui credeva che tutti i benefici diventassero un efficace effetto collaterale di una pratica diligente del taiji.
Se insegnato in maniera frammentata, i benefici erano ugualmente frammentati. Comprese che non tutti erano uguali. Di conseguenza insegnava alle persone di iniziare il loro studio col ritagliare la loro pratica secondo i loro limiti del loro corpo. Incoraggiava tutti, comunque, ad estendere i propri limiti al massimo. In ultima, lo rattristava che così tanti insegnanti non insegnassero (e spesso neanche conoscessero)  i principi del taiji e le pratiche daoiste energetiche, che erano il cuore del taiji.
Mano a mano che la comprensione di Grandmaster Jou si evolveva, allo stesso modo evolveva il suo modo di insegnare. Non si faceva illusioni sulla sua abilità e non permetteva al suo ego di bloccare la sua crescita. Ad esempio, per anni insegnò ai suoi allievi di usare la respirazione prenatale, on inversa, durante la pratica della forma. Nel contempo aveva investito molto tempo riflettendo sulla frase che era saltata fuori in un certo numero di testi antici relativi al qigong. La frase era “wuxi zhixi,” che tradotto indicativamente vuol dire “respirare senza respirare”. Attraverso molta meditazione e sperimentazione, Grandmaster Jou arrivò a comprendere il senso della frase e, dopo anni di insegnamenti a respirare nel vecchio modo , prese a usare la pratica di “respirare senza respirare”, passando l’insegnamento ai sui studenti (per maggiore informazioni vedi il suo libro Il Tao del Taijiquan).
Man mano che la comprensione del taiji del maestro Jou progrediva, si è concentrato sempre più sull’approccio “semplice è meglio”. Ha continuato a rifiutare l’insegnamento di forme di armi e ha avvertito i suoi studenti che, se avessero voluto fare qualche progresso serio, avrebbero dovuto rinunciare a tutto quello che avevano imparato e tornare alle basi, concentrandosi sui principi puri del taijiquan. Puntava molto su drill di esercizi di base, sullo studio dei classici, e sulla forma Chen.
Molti dei suoi studenti lo abbandonarono durante questo periodo, scegliendo invece di perseguire strade più facili con una gratificazione più veloce. Ma ciononostante Grandmaster Jou non cedeva. Il Dongjing, l ‘”energia del sapere” era su di lui. Sapeva che era nel giusto e perseverava. A differenza di molti suoi contemporanei, era un purista e si rifiutò di mescolare qualsiasi tecnica di altre arti marziali nella sua pratica del taiji. Questo, affermava, è stato quello che ha portato alle sue scoperte nell’arte.
Ad esempio, durante i suoi numerosi viaggi Grandmaster Jou osservò che nessuno dei maestri di Taiji di allora erano in grado di fare sparring efficacemente solo con il taiji. In realtà, anche coloro che dicevano di poterlo fare, in realtà non usavano i principi puri del taiji, ma piuttosto tecniche di altre arti, mescolando tecniche di altre arti, come il gongfu, per sostenere il loro sparring. Da questa osservazione credeva di aver scoperto un errore quasi universale fatta da contemporanei e studenti ugualmente. Questa scoperta, a sua volta, ha portato a una delle sue scoperte più controverse. Lo scopo di praticare le forme, si rese conto, non era per combattere, ma piuttosto da utilizzare come modello per diventare un tutt’uno con i principi del taiji. In realtà, alla fine si convinse che l’uso di applicazioni delle forme avrebbero bloccato per sempre un praticante ad un livello dal quale non avrebbe mai stato fatto alcun progresso. Questa teoria non sta bene alle persone che avevano trascorso tutta la loro vita a praticare e insegnare applicazioni. Eppure la prova, come si dice, basta cercarla.
Quando faceva sparring, Grandmaster Jou diventava una dimostrazione di imprevedibilità. Lo attaccano e lui era dietro di te. Afferralo e lui non era più alla tua portata. Fare tuishou diventava come “spingere l’aria”, poi improvvisamente tornava a spingere con le mani ed eri perso. Il Chin na era inutile contro di lui. Stili duri non potrebbero compensare le sue mosse imprevedibili. Come un ex sparring partner ha spiegato, “Quando facevi sparring con ‘Grandmaster’ Jou in genere finivi ‘a testa in giù contro un palo senza ricordare come ci eri arrivato​​.'” Nemmeno per un attimo ha mai pensato di “inquinare” il suo taiji con qualsiasi altra arte marziale. Anni di infusione dei movimento del taiji ha ripagato con risultati molto alti – perché quando  questo uomo di 81 anni faceva sparring, lo faceva solo con i principi del taiji e non si riusciva a batterlo.
La morte di Grandmaster Jou è stato particolarmente difficile per coloro che hanno studiato sotto di lui, perché sapevano meglio di chiunque altro cosa il mondo aveva davvero perduto. Ma forse prima di lasciarci, Grandmaster Jou ci aveva già dato il segreto della maestria nel taiji, che, come tanti segreti, rimane in bella vista. “Torna alle basi e pratica.” Con questo semplice fatto ci rendiamo conto che la comprensione è la parte facile. E’ la maestria che richiede una vita.
L’articolo originale si trova presso il Jou Tsung Hwa Memorial Site.

Inserito da Mark alle 14:05 del 31 luglio 2005 (traduzione dall’inglese)

Wang Fulai Laoshi

Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e praticare con il grande maestro Wang Fulai questo fine settimana, grazie alla cortesia del maestro Paolo Magagnato e insieme agli amici della grande famiglia Cheng Ming italiana ed europea. Sono stato immerso interamente per due giorni e mezzo negli insegnamenti, fisici ed energetici, di questo grande insegnante e grande persona, che con semplicità e pulizia ha trasmesso tutto se stesso ai suoi studenti.

In Wang Laoshi si percepisce la dimensione della tradizione. Ha avuto un solo ed unico insegnante, il leggendario Wang Shujin, e ci invita a fare lo stesso, ad avere fiducia in un solo metodo, che riunisce i tre principali metodi interni, Taijiquan, Xingyiquan, Baguazhang, e ancora Qigong e meditazione. Master Wang pratica e insegna con serietà, costanza e metodicità straordinari.

La sua non è solo dedizione, ma una passione insieme ad una determinazione che fanno di Wang Fulai un personaggio unico e irripetibile.Il suo tratto umano è speciale: riservato, però di grande disponibilità, attenzione, amabilità, e allo stesso tempo chiarezza, decisione e precisione. Dimostra la “semplicità” e la spontaneità di un bambino in un corpo capace di tecniche velocissime e morbide ma di grande impatto fisico, letteralmente.

E’ stato un privilegio conoscerlo e vederlo all’opera in due delle tre arti, ma vederlo muoversi nelle applicazioni e sentirlo sulla pelle è stato ancora più interessante, ha confermato cose che non avevo ancora visto nè capito. Per la prima volta ho realizzato il detto cinese che dice che c’è sempre un cielo sopra l’altro cielo. Ci sono cose che non si possono capire senza l’aiuto di un maestro.

E ho capito che davvero ce ne sono molte altre ancora, che io neanche immagino che esistano.
Ars longa, vita brevis, dicevano i romani. Lo scopo non è raggiungere alcuno stato, è di godersi il viaggio.
Durante la pratica di questi giorni, e comunque sempre quando si va a Sesto dal maestro e amico Paolo Magagnato, l’ego viene messo a dura prova, e questo è il primo seme di una grande pratica vera: la pazienza.

Grazie maestro Wang Fulai, grazie maestra Huang Suchun, mi sono sentito davvero bene a praticare sotto la vostra guida.

Come una cascata

Quando vogliamo farci un’idea di qual è il risultato concreto della pratica “interna” delle arti marziali, dobbiamo provare a metterci anche solo vicino ad una cascata d’acqua, così come nasce nelle nostre montagne.

Solo con la forza di gravità, l’acqua è capace di esercitare una pressione enorme dopo 30 o 40 metri di salto, al punto che non è possibile starci sotto e neppure avvicinarsi. E stiamo parlando di acqua, quindi di una materia morbida in sè, che con la velocità e la massa diventa potente.
L’energia che sprigiona l’acqua quando si infila in una gola e cade con dislivello, è l’energia che possiamo muovere dentro di noi per canalizzarla e esprimerla in modo marziale. Se riusciamo a comprendere nel profondo questa idea, riusciremo anche a percepire come il corpo si può muovere con potenza naturale.
Questa naturale potenza è la connessione che nasce dal radicamento e che si esprime nella qualità del corpo e nell’emissione di forza. Niente di mistico, tutto molto concreto e fisico.

Wuji Qigong 無極氣功

Il primo lavoro sul respiro non è legato ad una tecnica, ma alla consapevolezza. Questa fase è una fase precedente al lavoro sul respiro, ma è già legata al respiro perchè lo usa per portare quiete dentro il corpo e la mente. Si chiama Wuji Qigong (il respiro di ciò che non limiti) e consiste nel riportare una persona al suo stato originario, privo di tensioni, grazie ad un profondo processo di fusione di respiro e consapevolezza.

La consapevolezza non è un dato di fatto acquisito una volta per tutte, ma uno stato di coscienza particolare, che permette di espandere la percezione dei sensi e di acuire l’ascolto del nostro stare in quel momento, di andare ad ascoltare il funzionamento dei nostri organi interni e di coordinare il respiro con tutta l’attività degli apparati scheletrico, muscolare, tendineo, circolatorio e respiratorio.
La consapevolezza è il ponte attraverso il quale si comunica con l’interno di noi stessi. Non è cosa di poco conto, perchè l’ascolto fatto con profonda consapevolezza ci porta ad osservare molto da vicino il funzionamento del nostro corpo e della nostra mente, e ci permette di armonizzare le nostre varie parti, da quelli più esterni a quelli più interni. 
La consapevolezza non è razionale e lucida, nè costante. E’ la conseguenza dell’aver messo la mente in una posizione di non agire, di non interferire, ma solo di ascoltare. La consapevolezza è uno stato di ascolto intenso, rilassato e profondo, una posizione di accoglimento attivo, che mano a mano porta ad uno stato di introspezione, a guardarsi dentro, senza alcuna intenzione di modificare alcunchè, ma di sola e pura osservazione.
Per arrivare a questo stato dobbiamo passare alcune tappe, o porte, per arrivare a togliere delicatamente ogni strato di tensione o di disturbo o di agitazione per ascoltare il corpo com’è dentro.
Dobbiamo fermare il lavorio ininterrotto della mente, e questo avviene solo quando la mente è occupata da una attività che lo coinvolga completamente. La mente non può pensare a due cose contemporaneamente, quindi possiamo portarla via dai suoi mille pensieri portandola sul respiro. Il respiro va ascoltato con grande attenzione, fino a fare impegnare la mente così tanto dentro di sè da dimenticare tutto il resto. Allora comincia la consapevolezza.
Lo stato del nostro corpo fisico spesso è fuori dal controllo, cioè abbiamo atteggiamenti di tensione involontaria o inconscia, che ci blocca, o ci muove, o ci agita. Il primo obiettivo è di fare in modo che questo cessi, ma senza andare ad attaccare direttamente il sintomo, ma semplicemente tornando costantemente sul respiro e sulle sensazioni interiori che percepiamo e osserviamo.

Quando la mente e il corpo iniziano a stare bene, si rilassano e viviamo dentro il respiro, come se fossimo nuvole nel cielo, a quel punto siamo pronti per cominciare a praticare il Qigong.

Per Alberto.