Qualcosa di più

Quando si parte per un seminario, le variabili sono sempre molte. Nel seminario – lo dice la parola stessa – si semina, si gettano le basi per una crescita, ma lo sviluppo è tutto da vedere. L’attitudine dei partecipanti, le aspettative di ognuno, il background marziale, l’apertura mentale, l’attitudine dell’insegnante, ecc. 

Questo incontro svedese è nato sotto una stella fortunata. Prima di tutto una profonda stima reciproca tra Paul Silfverstrale e me, poi la qualità umana (che è il substrato fondamentale per ogni buon praticante di arti marziali, senza il quale anche la migliore pratica zoppica, perchè non ha etica) e poi il gruppo, fatto di gente generosa, allegra, aperta.
Dopo le prime due ore, eravamo già in piena sintonia. Difesa da coltello, uso del bastone per stimolare la reazione circolare, lavoro in cerchio a due, applicazioni in dinamica, braccia a contatto per sviluppare reazioni istintive, scoprire il cerchio come uso marziale e non solo come modo per muoversi (e qui rimando tutti all’articolo sul Baguazhang di Loriano Belluomini del 2002 che secondo me rimane un “must” per tutti i praticanti interni, specie di Baguazhang) e via via sempre più nel complesso.
Man mano che il tempo passava e che i ragazzi macinavano le informazioni e le mettevano in pratica, mi rendevo conto che stavamo veramente andando veloci, rispetto ad altri seminari. Non insistendo troppo sulla camminata – cosa che invece normalmente si fa per tutti e due i giorni di norma – tutti hanno capito che LA chiave del Bagua è lì, nel concetto della circolarità del movimento e della continuità. 
Alla fine delle due giornate era chiaro a tutti che:
– il Baguazhang aiuta a capire il senso del movimento interno, l’integrità del corpo, il senso delle applicazioni, la potenza nelle applicazioni;
– Baguazhang è un “metodo – non metodo” ;
– per acquisire maggiore abilità occorre lavorare di più :-), quindi più cerchio e più cambiamento;
– il corpo è uno ed è l’intenzione che lo distingue nella sua efficacia.
Infine, specie per persone “speciali” con Paul e Saar, Baguazhang ha dato una nuova chiave di lettura per comprendere certe dinamiche che di solito noi consideriamo separamente, perchè tipiche di uno o dell’altro stile. Vedere le stesse cose che facciamo da un altro angolo permette di acquisire abilità, visione, una mente libera e più efficace.
Il commento sul seminario del 23-24 maggio di Paul Silfverstrale lo potete trovare sul suo sito, in inglese.
(Nella foto: Sifu Saar Avivi dietro e Larss in primo piano in Da Mu Xing)

Baguazhang in Svezia

Alla fine del seminario, ecco la foto di rito e una sacco di bei ricordi.

Persino il sole è comparso a Linkoping per salutarci e concludere in bellezza.
Grazie a tutti, Paul, Saar, Diomedes, Larss, Martin, Leo, Marco, Gunnar, Karle.
E’ stato un piacere, ci rivedremo presto!
Il materiale che vi ho promesso partirà in settimana, ho bisogno di qualche giorno.
Un abbraccio
Luigi
(Nella foto: Paul Silfverstrale – a destra – con Luigi Zanini)

13 maggio 2009

Non so bene cosa sia successo, ma il 13 maggio c’è stato un picco di visitatori in questo blog, qualcosa come 2.228 pagine lette, più di 1.120 visite, oltre 530 visitatori (fonte: Google Analytics).

Tutti – caso strano – volevano leggere le stesse pagine: lo storico articolo in tre parti sul Zhan Zhuang di Khan Foxx, un pionere del Gongfu interno americano, di origini asiatiche con notevole competenza nel Neijia. Molto bello il suo libro sul Liuhebafa, che riunisce e spiega i tre stili interni.

Oppure la poesia sul Palo Universale, della famiglia del Guang Ping Yang Tai Chi, che mi è stata fatta conoscere dal maestro Henry Look di San Francisco (vedi articolo sotto Maestri), allievo di Kuo Lienying, allievo di You Pengxi, allievo di Wang Xiangzhai.

Si vede che le traduzioni piacciono 🙂
Saluti

Allungare la propria linea















In Bretagna qualche migliaio di anni fa, alcune persone decisero di mettere in fila tante pietre, apparentemente in maniera casuale, in realtà seguendo magici ordini celesti o terrestri. Ma chi glielo faceva fare? Perchè impegnare il proprio tempo e le proprie forze per questo strano fine?

Perchè non tutto a questo mondo deve avere un motivo economico o di potere per essere fatto. Esiste anche il credere, l’aspetto spirituale delle cose, l’etica, il sapere di avere un compito che va al di là del contingente, anche se a volte non c’è logica apparente. La pratica marziale buona è anche questo. La pratica marziale malata è fatta solo di ricerca di “efficacia” e nient’altro. Come diceva qualcuno, la potenza è niente senza il controllo.

Questo fine settimana sarò di ritorno in Svezia da Sifu Paul Silfverstrale e lavorare con lui e i suoi ragazzi sul Baguazhang. Prima di partire, un saggio bretone mi ha raccontato qualcosa e mostrato la sua lunga esperienza sulle arti marziali, e grazie a questo il lavoro di sabato e domenica sarà ancora più ricco. 

Nel corridoio di casa mia troneggia da sabato scorso un bellissimo katana, un regalo straordinario perchè contiene almeno vent’anni di amicizia.

Infine, ai “grandi saggi” del Web, che sanno tutto di tutti, lascio questo brano di Joe Hyams.

Vale più di tanti discorsi.

***

“Perchè sei così arrabbiato?” mi chiese.

“Perchè non riuscivo a colpirlo”.
Parker si alzò da dietro la scrivania e con un pezzo di gesso tracciò una linea sul pavimento lunga circa un metro e mezzo. “Come puoi rendere più corta questa linea?” mi chiese.
Studiai la linea e gli diedi parecchie risposte, incluso quella di spezzare la linea in tanti pezzi.
Scosse la testa e tracciò una seconda linea, più lunga della prima. “Adesso come ti sembra la linea di prima?”.
“Più corta”, dissi.
Parker annuì. “E’ sempre meglio migliorare e potenziare la propria linea o la propria conoscenza che cercare di tagliare quella dell’avversario”. Mi accompagnò alla porta e aggiunse: “Pensa a ciò che ti ho appena detto”.
(Da: “Zen in the Martial Arts” di Joe Hyams, allievo di Bruce Lee)

Come una spugna

Ricevo come commento e ripubblico come post, perchè mi piace molto quello che Sergio Fanton ha da raccontare sulle arti marziali. Veterano vicentino di Baguazhang e attuale praticante di Aikido (passando per Boxe, Sanda, Wing Chung ed altro), Sergio è una persona libera, che pratica con passione, con concretezza e con intelligenza. Chi ha incrociato le braccia o i guantoni con lui lo sa bene.

***

Sono come una spugna strizzata e rimessa in acqua, assorbo tutto ciò che posso, ci lavoro, pratico e mi applico, con il cuore e lo spirito, con la mente valuto e scremo, … lo provo … lo tengo o lo butto? Lo riprovo e ne discuto … Mi piace, allora lo tengo e lo digerisco e … si continua.

Dal primo giorno di pratica ad oggi tutti gli stati d’animo si sono alternati e continuano a farlo, la consapevolezza di fare ciò che mi piace e la vicinanza di persone splendide insieme all’andare comunque avanti non mi hanno fatto pesare in maniera grave tutti questi passaggi, convinto che l’immobilismo non porta a nessuna crescita, e che un’esperienza anche se non completamente soddisfacente mi dà comunque qualcosa.

Altre porte si presenteranno? Schiuderle con spirito gioioso ed entusiasmo, e quando ci saranno momenti d’impasse un sano ritorno alle origini non può farmi che bene, rifugiandomi su ciò che è mio e nessuno mi toglie, per ritrovare il giusto equilibrio e quindi ripartire.

Questa è la mia personalissima visione delle cose, frutto delle mie esperienze, dei miei incontri e delle mie riflessioni … sicuramente non si potrà adattare a chiunque ed in ogni situazione, penso però che provare ne valga la pena … un saluto a tutti e tante buone cose.

Sergio

(Nella foto d’epoca, Sergio Fanton in Sun Shi Baguazhang, Leone)

Gratitudine

Ho molta gratitudine per sifu Loriano Belluomini.

Il suo Baguazhang è solido, concreto, sereno. 
La sua essenza è semplice, profonda, intellettualmente onesta.
Ma il suo sorriso è la cosa che mi porto dietro quando pratico.
A presto, Loriano.
(Nella foto, Loriano Belluomini a sinistra con Cristiano Tori in Baguazhang Tuishou)

Seminario a Linkoping

Tra due settimane sarò di ritorno in Svezia per tenere un seminario di Baguazhang.

Sono molto felice di rivedere il maestro di Taijiquan Paul Silfverstrale, una persona con cui sono entrato subito in sintonia, sin dal primo momento. Credo nella condivisione di valori a livello istintivo. Ci si incontra e ci si riconosce.
C’è qualcosa del lavoro del contadino, in questa idea del “seminare” (da cui il termine “seminario”): bisogna preparare la terra, innaffiarla, gettare il seme e attendere che cresca. Il seme deve morire per portare frutto, e anche in questo c’è una verità: bisogna morire alle vecchie idee, quelle fisse, per poi rinascere a quelle nuove.
I latini dicevano che nessuno è profeta in patria, e nel mio caso è ancora più vero. Devo andare lontano per raccontare la mia esperienza. Ho cominciato nel 1990 in Francia a Jasnières, e da allora non mi sono più fermato, nonostante qualche pausa. Mi piace insegnare quando c’è voglia di conoscere e di divertirsi, quando c’è animo leggero e aperto, quando porto a casa nuova energia.
In Svezia parlerò della analogia tra Baguazhang e Taijiquan, di poche tecniche che servono a molto, di principi universali e di come usare il corpo in modo nuovo. Un progetto ambizioso, ma sicuramente stimolante e pieno di nuove prospettive per chi pratica magari già da anni.
(Nella foto, sifu Paul Silfverstrale in una tecnica di Lu a Tai Chi Caledonia 2008)

La Seconda Porta

Qualche tempo fa ho scritto della Prima Porta, quella che dà l’accesso al Neijia, ed era dedicata ad una persona che sta iniziando il percorso del lavoro interno. Si tratta di una porta non fisica, ma di un processo mentale e psicologico che ha solo due possibilità di risoluzione: o si passa dall’altra parte della porta, o la porta resta chiusa per quella persona.

E’ un processo profondamente personale, in cui solo la persona può decidere se varcare la soglia o meno, nessuno può convincerlo a farlo se nel suo profondo non lo vuole. Questo lo vedo spesso nei praticanti che incontro nei seminari. C’è chi la porta l’ha varcata, c’è chi non la varcherà mai, pur continuando a praticare.

Molti dichiarano di voler entrare nel mondo del Neijia, ma spesso si fermano proprio al momento in cui basterebbe spingere e la porta si aprirebbe. E’ il momento quando, dopo l’entusiasmo iniziale, il sacro fuoco comincia a spegnersi e cominciano i dubbi: non ce la farò mai, è troppo complicato, non sono abbastanza bravo, il mio corpo non si muove bene, gli altri sono bravi ma io no.
E’ la Prima Porta, la prima serie di prove che ci costringono all’umiltà ma anche alla tenacia. La grande fortuna è quella di trovare un buon insegnante e dei compagni di allenamento che ti aiutino a passarla, a riconoscerla, a non fermarti proprio lì, dove tutto è pronto per andare avanti. E’ una trappola mortale per l’Ego, che reagisce mandando tutto al diavolo.
Se dovessi definire la caratteristica della Prima Porta, la chiamerei: fede nel metodo, fede nel maestro. Grandioso, no? Pochi giorni fa ho scritto di essere liberi, come insegnava Bruce, e oggi dico: fede, fiducia, credere in qualcosa, in maniera non razionale, fare affidamento, credere a quello che ci viene detto. In realtà credere e non credere sono le due parti della stessa moneta, lo Yin e lo Yang di ogni pratica.
Quindi, quando la strada si fa buia e non si vede chiaro, occorre credere in qualcosa, almeno in se stessi, e se non basta in un metodo e/o in un maestro. Poi, col tempo, saremo in grado di giudicare e discernere se la nostra fiducia era ben riposta o meno. 
La Seconda Porta è la porta della Realizzazione. Avendo superato la Porta della Fede, qualche risultato comincia a vedersi. Le gambe sono solide, riusciamo a tenere testa ai momenti di pressione, il corpo comincia a essere più solido, abbandoniamo la forza “bruta” per una forza sensibile, raffinata e sempre in ascolto, cominciamo a capire le angolazioni del corpo e degli arti per essere efficienti, vediamo i colpi che arrivano.
Quali sono le prove della Seconda Porta? L’entusiasmo, come tutte le belle cose, dopo qualche tempo scomparirà, e lascerà spazio alla routine, alla pratica, ad una crescita lenta. Capire con la mente è una cosa, capire con il corpo un’altra, con il cuore arriva dopo altro tempo. Allora occorre rimboccarsi le maniche e capire il valore del masticare amaro, andare avanti, praticare e rinnovare lo spirito, ogni giorno, ogni momento.
Quali altre Porte ci attendono? Lo scopriremo solo praticando. Crescita personale, etica, giusta misura, conoscenza, equilibrio sono tutti elementi di cui si nutre una pratica dalle radici profonde. 

Il Maestro disse

“ Tutte le forme prefissate sono incapaci di adattarsi o di essere utilizzate. La verità è al di fuori di tutte le vie prefissate ”.

“ Se tu metti sempre limiti a ciò che fai, fisico o altro, questo si propagherà al tuo lavoro e alla tua vita. Non esistono limiti. Ci sono solo livelli, e tu non puoi restare là, devi andare oltre. ”

“ Non ho paura di chi ha praticato 10.000 calci una sola volta, ma ho paura di chi ha praticato un solo calcio 10.000 volte.”

李小龍 Lee Siu Long, alias Bruce Lee

***

Ho conosciuto due amici che hanno seguito le orme del Piccolo Drago molto da vicino, facendo del suo “sistema – non sistema” una ricerca costante nella loro vita. Di uno ho perso le tracce dopo che un comune amico è scomparso, l’altro è invece ancora vicino, nonostante la distanza fisica.

Bruce ha lasciato una eredità straordinaria, che ha saputo bucare il tempo, cancellare pregiudizi e farsi apprezzare da fascie di persone completamente diverse. Bruce viene citato quasi come un filosofo o un saggio, persino nelle riviste per donne, nei libri impegnati o nei quotidiani. Tutti dimenticano oggi i pantaloni a zampa di elefante, l’uso dei nunchaku e il clima anni ’70 che circondava i suoi film, tanto deprecati allora.

Stefano Bellomi, rimpianto compagno di cammino, aveva una venerazione per il Piccolo Drago, che nasceva dal suo cammino e dalle sue esperienze. Anche Stefano, come Bruce, ascoltava una voce dentro e puntava a superare costantemente i suoi limiti, i limiti che gli venivano imposti, i limiti di una società che in fondo poco lo rappresentava.

Oggi capisco più profondamente quello che Bruce voleva dire, ma sicuramente non ho capito che la punta di un capello. Occorre semplificare, ottimizzare, limare ogni movimento, ogni atteggiamento, ogni pensiero. Le cose sono davvero più semplici di quello che sembra. L’impegno di insegnare il lavoro interno del Neijia mi ha obbligato a rivedere ancora una volta l’essenza della pratica, e Sergio è sempre un prezioso punto di confronto per rivedere la didattica.

Tra tre settimane sarò in Svezia per il seminario di Baguazhang presso il centro di Paul Silfverstrale, ed ancora una volta la domanda è: cosa è possibile trasmettere – al di là delle chiacchiere – e come è possibile far entrare in due giorni un praticante in questo mondo? La risposta è: semplificare. Questo significa anche togliere quell’ultimo velo di apparenza che la fedeltà ad uno “stile” porta con sè.

Wang Xiangzhai lo diceva bene, e Zhao Daoxin lo ha scritto nella sua celebre intervista: dobbiamo smetterla di “separare” creando stili, esaltando differenze e limitando le abilità con divisioni cervellotiche. Dobbiamo invece cercare con il confronto ciò che funziona, che unisce, che aiuta a migliorare, ogni giorno.

Infatti ho la sensazione che non abbia più senso parlare di differenti stili o verità, ma solo di modi diversi di arrivare allo stesso punto, anche e soprattutto nel Neijia. Davvero, un pugno è un pugno e un calcio è solo un calcio, alla fine. La grande differenza sta nella testa, ma solo quando il corpo è stato preparato a dovere. Occorrono più persone libere, e non replicanti, copie, imitazioni.

Mai come oggi risento nella mia testa le parole di Etienne Decroux, grande maestro di mimo: “I livelli sono tre, in ogni arte: Imitazione, Immedesimazione, Interpretazione”. Fermarsi a imitare non basta, se non entriamo nella cosa non la possiamo capire, ma non la potremo mai davvero usare se non la interpretiamo.

Crescere è un percorso ininterrotto di sbagliare, capire, migliorare, riprovare, sbagliare e così via. Ci vuole coraggio per sbagliare, più facile è non provarci e restare ad imitare. Siamo coraggiosi come lo è stato Bruce?