Per Lina e Boris, dai 48 Metodi

Dai 48 Metodi di Shijidong:
15. Gong Fang Huying – Attack and Defence Working Together:
The hands, going out and blocking, have to work together.
Issuing is not correct and yet it is not presumptuous to issue.
The postures of attack and defence change many times.
Issuing is not the main thing. You must defend against the opponent’s issuing.
– Attacco e difesa lavorano insieme:
Le mani, uscendo e bloccando, devono lavorare insieme.
Emettere non è corretto, e comunque non è presuntuoso emettere.
Le posture di attacco e difesa cambiano molte volte.
Emettere non è la cosa principale. Devi difenderti dall’emissione dell’avversario.
Nota: il senso del metodo sta nell’uso delle braccia. Uscire ed entrare significa che una mano è yang e una è yin, cioè una esce per colpire e l’altra blocca. Colpire è utile, ma è più importante saper bloccare i colpi che arrivano, quindi attaccare a volte può essere “presuntuoso”, a volte no, dipende se sai bloccare bene gli attacchi. Non finisce mai lo scambio delle mani e delle braccia, non basta una difesa o un colpo, le mani cambiano continuamente, quello che attacca difende, una difesa diventa attacco, continuamente. Per questo bisogna allenare il cambio continuo. Infine: colpire – alla fine – non è così importante, quanto saper gestire l’avversario. Prima si impara a vedere i colpi e a trattarli nel modo corretto, poi si impara a colpire.
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31.  Hua Jie – Transformation Understood:
Vertical can understand horizontal, horizontal understands vertical.
When a split comes from an oblique angle, I split him.
When a leg comes, if the leg is understood, you understand and then attack.
The hands and legs go out and steps turn many times.
– Comprendere il cambiamento:
Il verticale può comprendere l’orizzontale, l’orizzontale comprende il verticale.
Quando un taglio proviene da un angolo obliquo, io lo divido.
Quando una gamba arriva, se la gamba è compresa, comprendo e quindi attacco.
Le mani e le gambe vanno fuori e i passi ruotano molte volte. 
Nota: Il corpo umano ha tutte le leve in verticale, perchè stiamo in piedi. Usando tecniche verticali, un attacco orizzontalepuò sfuggirmi, mentre quando lavoro in orizzontale, anche il verticale viene intercettato. Questo sta alla base della filosofia di tutto il Baguazhang. Quando un attacco arriva in obliquo, devo usare Lieh (una delle otto tecniche del Taijiquan, giusto per capirci), e questo significa entrare dentro l’avversario usando due energie in direzioni diverse per distruggere il suo attacco. Questo si chiama “separare”. Quando una gamba arriva, prima la gestisco e neutralizzo, poi contrattacco. Nel Baguazhang mani e gambe si muovono continuamente in maniera strategica, per non lasciare mai spazi all’avversario. Ma anche questo, come tutte le parole del Baguazhang, vanno sperimentate, non lette.
(Nella foto: Shifu Sha Guozhen, scomparso di recente, l’Uomo dal Cuore d’Oro, maestro di Neijia. Nella foto, in una bella postura di Baguazhang)

Yang nello Yin

La primavera è tornata a farci compagnia.

La cosa potente della primavera è la sua capacità di rinnovare le cose, di trasformare, di cambiare. Spesso questo si manifesta come una distruzione di ciò che c’era prima (in inverno, i boccioli che spuntano dai rami ad esempio) ma in realtà è la manifestazione di un ciclo di cose che si concludono e ricominciano. 
Non c’è bene e non c’è male, tutto è come deve essere. Anche se le cose che vediamo – a volte – non ci piacciono. Per fortuna la Natura ha un suo meraviglioso equilibrio. 
La pratica marziale è come la vita,ha i suoi alti e i suoi bassi, le sue crisi e i momenti epici. Se prendiamo sul serio solo un aspetto dei due, o solo il Trionfo o solo la Sconfitta, ci siamo messi da soli nella posizione sbagliata. Il Tutto sta nel Tutto. 
Scrivo queste righe dopo una bella sessione di Qigong e Neigong. Riscoprire quanto si è fuori ritmo e fuori armonia è uno dei regali più belli che la pratica ci possa fare. Consapevolezza del nostro corpo, della nostra mente. La pratica ne risulta avvantaggiata, più profonda, più consapevole, più umana.
Aprile è anche l’inizio della bella stagione. Niente scuse per non alzarsi presto il mattino. 100 cerchi e 100 linee. 
Ah, questi numeri.
Un giorno un maestro mi disse che per imparare a memoria una forma basta eseguirla trecento volte di seguito e poi non la dimentichi più. Trecento sono i respiri che bisogna fare senza sentirli per praticare un buon Qigong. 100 sono i cerchi del Baguazhang. 
Un giorno, quando saremo “grandi”, capiremo il meccanismo del numero, e non ne avremo più bisogno. Ma adesso è giusto averne.
Buon lavoro.

100 cerchi

E’ ormai uno standard in Cina misurare la capacità di un praticante di Baguazhang su un totale di 100 cerchi. In effetti i 100 cerchi sono un buon metodo, anche perchè sulla durata di 800 passi circa si possono vedere le caratteristiche fondamentali del Baguashen: centratura, postura, rispetto delle 8 regole fondamentali, stabilità, presenza, equilibrio, intenzione.

100 cerchi per parte (in senso orario e antiorario, quindi 200 in totale) sono un buon modo di continuare l’allenamento, dopo aver iniziato con i passi sospesi (piede sospeso altezza caviglia accanto all’altro per qualche secondo, per rallentare il passo e migliorare l’equilibrio) per acquisire stabilità. Dopo 200 cerchi si ha chiara la percezione che il piede va dove noi vogliamo che vada (e non dove vuole andare lui!).
Ancora, camminare i 200 cerchi struttura l’intenzione. La percezione è di essere una sfera in movimento con una punta, e quella punta è l’intenzione, l’elemento che rende la nostra sfera capace di bucare l’avversario. Ancora una volta Yang e Yin: nello Yin della sfera c’è uno Yang che è l’intenzione del combattente. Tutte le tecniche vanno in una sola direzione. “Altri sistemi usano mille tecniche, Baguazhang usa solo un palmo”. Questo è il significato.
100 cerchi per capire a fondo uno dei 4 pilastri del Baguazhang. Il cerchio è il nostro insegnante (la Grande Forma Madre, come diceva Ma Gui, che ci dà tutte le risposte, basta chiederglielo), ma è anche una semplice tecnica. Credo che uno deli errori sia quello di camminare in cerchio senza farsi domande. Nel Baguazhang, come in tutti gli stili interni, è necessario continuare a farsi domande.
100 cerchi: nessuno può rispondere al posto nostro. L’unico modo di imparare è di farlo entrare dentro il nostro corpo attraverso la nostra curiosità e la nostra testardaggine. 
E qui devo mandare un messaggio a tutti coloro che praticano stili interni, ma specialmente ai miei allievi. Fermarsi quando cominciamo a capire, quando appena abbiamo aperto uno spiraglio tra le porte del Neijia, quando abbiamo già visto quali vantaggi personali ci procura una buona pratica paziente, fermarsi solo per la paura di non farcela o perchè vediamo solo un lunga scalinata in salita, è la prima grande prova da superare del Lavoro Interno. E’ la prima soglia, la porta più esterna, la più psicologica, quella che per assurdo non siamo più preparati ad affrontare, quella che Sifu Adam Hsu chiama “masticare amaro”. E’ quella dove la maggior parte si ferma – posso dirlo? – scioccamente, perchè adesso che abbiamo visto di cosa si tratta, le altre porte saranno molto più accessibili e gestibili, nonostante tutto.
La passione deve andare di pari passo con la razionalità, la pazienza, il coraggio e la determinazione. Queste sono alcune delle caratteristiche di un buon carattere, di un buon praticante e non solo. Come per il corpo dobbiamo usare posture corrette, che mantengano la struttura in ogni attimo del combattimento per essere “uno”, così dobbiamo esserlo nella nostra testa, usare posture mentali corrette. Quindi lasciar perdere al primo impedimento è un segnale preoccupante, non solo per un combattente.
100 cerchi, o 64 come insegnavano altri, o infiniti cerchi, quando abbiamo finito di stancarci e lasciamo andare, là inizia l’esplorazione del cerchio, là si entra finalmente nel Baguazhang. Riandate a vedervi Panda Kungfu, e scoprirete che forse anche nel film ci sono degli spunti utili, basta avere gli occhi per vederli. Ricordate la mossa segreta finale? Po non la conosce, ma l’ha immaginata. Ecco la chiave.